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Il caso 23andMe

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Chi si ricorda di 23andMe? Ne parlammo approfonditamente a suo tempo prima con una prova sul campo, poi con un’analisi approfondita delle sue connessioni con Google, infine con l’approfondimento sui legami (anche finanziari) tra l’azienda e Sergey Brin e la sua ammissione legata al Parkinson.

La 23andMe è tornata alla ribalta nel momento in cui alcuni test son risultati essere stati scambiati, inviando pertanto lo screening del DNA alle persone sbagliate.

Il tutto con due conseguenze devastanti. Da una parte vi sono i riceventi sbagliati, i quali si trovano a dover fare i conti con DNA non corrispondenti con quelli dei figli (e conseguenti possibili problemi familiari) o analisi relative a possibili difetti genetici tali da poter portare a maturare patologie anche gravi. Dall’altra, poi, vi sono gli ignari donatori, coloro i quali vedono il proprio DNA messo a nudo sotto gli occhi di perfetti sconosciuti senza avere il minimo controllo della questione.

In entrambi i casi la risoluzione è semplice: la segnalazione per una verifica nel primo caso, la semplice cancellazione di dati che non si saprebbero né leggere né sfruttare nel seconddo caso. Ma l’errore della 23andMe porta ad una riflessione ulteriore: la privacy può essere garantita da semplici tecnologie che, sempre e comunque, dipendono dall’errore umano? In un tema fondamentale come quello della genetica è possibile affidare l’estrema importanza dei dati archiviati a sistemi informatici che, ancora oggi, si dimostrano totalmente limitati dall’insicurezza dell’elemento umano?

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