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Legge editoria: bavaglio al Web?

Dal 5 aprile è in vigore la nuova legge sull'editoria valida anche per i siti Internet. Troppi e troppo delicati sono gli interrogativi irrisolti.

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Da giovedì 5 aprile è entrata in vigore la nuova legge sull’editoria che rischia di abbattersi come una mannaia sull’informazione italiana in Rete lasciando decapitata la libertà di espressione in buona pace di quanto scritto nell’articolo 21 della nostra Costituzione. Da più parti è stato osservato come il diritto di "manifestare il proprio pensiero" mal si concili con l’eventuale obbligo imposto a tutti i siti che con periodicità divulghino informazioni di registrarsi presso il Tribunale, e di designare un direttore responsabile iscritto all’ordine dei giornalisti. È questo scenario, poco tranquillizzante, che può nascere da una certa interpretazione della legge in questione, la n. 62 del 2001, che tuttavia concepita in questi termini rischia di essere bocciata per incostituzionalità. Il pretore di Livorno che si è posto gli stessi preoccupanti interrogativi sulla nuova legge sull’editoria si è visto rispedito indietro la richiesta di chiarimento della Corte Costituzionale affinché riformuli in maniera più chiara il quesito giuridico. Al momento quindi la questione è ancora suscettibile delle più svariate evoluzioni.



Il rischio più grosso è che chi non si adegua alle prescrizioni potrebbe incappare nel reato di stampa clandestina punibile con due anni di carcere ed una multa di 500.000 lire. Così un reato che di per sé evoca cospirazioni e sovvertimento contro il sistema democratico potrebbe in realtà trovare applicazione per tutti quei siti che in un modo o nell’altro compiano una delle attività più naturali per chi stia in Rete: veicolare notizie ed informazioni come accade per quei siti personali che magari sono aggiornati quotidianamente in proprio o mutuando i contenuti altrui. Per non parlare poi dei siti che si basano solo sull’apporto dei volontario dei visitatori. Ma i casi paradossali potrebbero continuare forse all’infinito o almeno in tutte le declinazioni possibili ed immaginabili che Internet consente rispetto all’informazione cartacea.



A leggere la stampa ufficiale ci sono stati solo commenti entusiastici. Sono stati tutti giubilanti che sull’ultimo scorcio di legislatura fosse passata per il rotto della cuffia la legge sull’Editoria. Un bell’allegato della Finanziaria che consente l’estensione di privilegi fiscali e di distribuzione di soldi pubblici dalle pubblicazioni cartacee all’editoria online, questo il motivo della soddisfazione. A dispetto di queste interpretazioni ottimistiche invece ha preso corpo l’idea che lo scorso 7 marzo sotto l’apparente forma di zuccherino sia passata una polpetta avvelenata per l’informazione italiana che ha incatenato la fluidità dell’informazione in Rete alla rigidità delle prescrizioni burocratiche previste per le pubblicazioni cartacee.



In realtà la legge, approvata in fretta e in furia nell’imminente chiusura delle camere, ha coniato una serie di definizioni non molto chiare come quella di "prodotto editoriale". Definizione onnicomprensiva questa, che consentirebbe di accomunare i periodici di carta stampata ed i siti Web "aggiornati periodicamente" ai fini dell’applicazione della preesistente legge sull’editoria, la n. 47 del 1948 con tanto obbligo di registrazioni ufficiali e di adempimenti periodici. La legge, nella sua versione letterale in realtà lascia adito anche ad un’interpretazione restrittiva delle disposizioni a favore di un maggiore margine di libertà per i siti che così non si troverebbero immediatamente ingabbiati in prescrizioni severe. Anche perché nella peggiore e più liberticida delle interpretazioni, un apparato repressivo in grado di scovare tutti i siti fuorilegge non è al momento immaginabile. Sicuramente l’intenzione delle organizzazioni rappresentative della stampa sembra propendere per l’interpretazione più estensiva e largheggiante della legge come ha detto chiaro e tondo Paolo Serventi Longhi, presidente del FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) nel comunicato ufficiale del 4 aprile. L’idea di mettere il bavaglio all’informazione in Rete piegato sotto le organizzazioni di categoria della stampa, rientra sicuramente nelle intenzioni o forse nei sogni delle lobby dell’informazione uniformata, ma solo in quelle per il momento.



Secondo quanto suggerisce il buon senso, i siti personali o che non facciano informazione per mestiere dovrebbero essere tagliati fuori da tutto questo e lasciati in pace, lontano da ogni forma di controllo e registrazione, essendo sufficiente l’indicazione del nome di chi cura i contenuti, per ogni ulteriore evenienza. A tutti i gestori di siti Web consigliamo, se possibile, di indicare in una pagina richiamabile da ogni punto del sito, nome del responsabile (società o persona fisica), luogo fisico in cui i testi vengono creati e indicazione del provider che fornisce hosting o housing (un esempio).



Il timore dello scompiglio che la legge rischia di portare all’informazione in Rete non è di poco conto e che possa assumere i temuti aspetti di rigidità, giustifica in parte i toni allarmati dei principali siti che negli ultimi mesi hanno portato avanti una vera e propria battaglia "contro il bavaglio alla Rete", come Interlex, PeaceLink e Punto Informatico.



Per il momento però, tutto appare ancora da definire e sperando che le letture estreme ed emozionali si dileguino nel nulla, non resta che seguire il buon senso, comportandoci come ci si comporta in un paese libero