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Microsoft vs l’open source

Dopo il virulento attacco di Craig Mundie, vicepresidente e stratega di Microsoft, all'open source, le risposte polemiche non sono certo mancate. Alcune anche poco prevedibili, come quella, durissima, della SIIA, probabilmente la più importante associazione al mondo di produttori di software e contenuti digitali.

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La polemica è di quelle destinate a far discutere parecchio, e infatti
già da un paio di settimane non solo la Rete ma tutto il mondo dell’ICT è
entrato in fibrillazione, precisamente da quando Craig Mundie, vicepresidente e stratega di Microsoft, in un discorso tenuto presso la Stern School of Business della New York University ha “sparato al cuore”
dell’open source, attaccando esplicitamente la distribuzione gratuita e la
condivisione del codice dei software. In particolare, Mundie se l’è presa
con la General Public License (GPL), la licenza promossa dalla Free Software Foundation e adottata anche da Linux, la quale garantisce, secondo le parole della traduzione italiana della licenza,
“che ciascuno abbia la libertà di distribuire copie del software libero
(e farsi pagare per questo, se vuole), che ciascuno riceva il codice sorgente
o che lo possa ottenere se lo desidera, che ciascuno possa modificare il
programma o usarne delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno
sappia di potere fare queste cose.”

Le accuse di Mundie sono molte, ma tutte sostanzialmente
riconducibili a una soltanto, questa: l’open source e la GPL in particolare
costituiscono una seria minaccia alla proprietà intellettuale di ogni organizzazione
che ne fa uso.

Le risposte non si sono fatte attendere, prima fra tutte quella, autorevole, di Eric S. Raymond, autore del libro The Cathedral & Bazar, nonché uno dei più noti esponenti del movimento open source. Ancora più autorevole, l’ennesimo intervento di Linus Torvalds,
padre di Linux e da sempre convinto sostenitore delle ragioni della “scienza
aperta” contro gli abusi del sistema proprietario. Anche qui, le argomentazioni
erano parecchie ma tutte riassumibili in un’unica, circostanziata accusa:
la sola, autentica preoccupazione di Microsoft non è che l’open source distrugga
la proprietà intellettuale delle organizzazioni private che ne fanno uso
(l’effetto semmai sarebbe opposto: una forte spinta all’innovazione dinamica
del settore), ma che colpisca in modo irreversibile il suo incontrastato
monopolio.

Se accuse del genere non sorprendono più di tanto,
visto che arrivano da alcuni tra i più noti “avversari” del sistema proprietario
in generale e del monopolio Microsoft in particolare, maggiore sorpresa generano
le pesanti accuse di Ken Wasch, il presidente della SIIA (Software & Information Industry Association),
probabilmente la più importante associazione al mondo di produttori di software
e contenuti digitali. “Non c’è – ha detto Wasch – una soluzione software
capace di rispondere in tutto e per tutto alle necessità delle aziende in
giro per il Mondo. E nonostante questo Microsoft sta utilizzando tattiche
da pubbliche relazioni per terrorizzare le aziende che stanno progettando
una migrazione al modello open sourceÂ… Ma ancora di più, le dichiarazioni
di Microsoft secondo cui il proprio modello di business incarna il movimento
open source perché consente la condivisione di codice sorgente sono incredibili.
Se è certamente comprensibile che un produttore di software voglia mantenere
pratiche proprietarie per la condivisione del codice, non ci si sbaglia ad
affermare che Microsoft condivide certe, ma non tutte, API (Application Program
Interface) e lo fa solo quando questo è nel migliore interesse dell’azienda
e non nell’interesse di una innovazione dinamica del settore”.