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Firma digitale, prove tecniche

I notai sperimentano la firma digitale: il procedimento informatico che consente l'equiparazione dell'atto digitale a quello cartaceo tra qualche difficoltà ma, soprattutto, tra tante resistenze.

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Ci vuole ancora tanto perché la firma digitale passi dalla carta della Gazzetta Ufficiale alla realtà dei rapporti con le amministrazioni pubbliche? Davanti alla questione i notai tagliano la testa al toro e partono con una prima sperimentazione diretta: atti online per facilitare i pubblici ufficiali chiamati ad eseguire testamenti, a rendere solenni i contratti o qualsiasi altro atto.



Un assaggio di quello che dovrebbe essere il prossimo futuro del rapporto italiani-burocrazia, ovvero l’equiparazione dei documenti cartacei a quelli digitali, è avvenuta durante un apposito convegno svoltosi il 21-23 settembre a Genova, per iniziativa del Congresso Internazionale dei Notai.



Nei tre giorni genovesi, i notai hanno utilizzato per la prima volta il sistema di crittografia con chiavi asimmetriche a coppia, in grado manifestare e verificare provenienza ed integrità di un documento informatico come previsto dalla vigente legge sulla firma digitale. La notizia è degna di nota perché offre lo spunto per riprendere l’annoso problema dell’informatizzazione della PA, che ogni tanto torna a farsi vivo come un fastidioso mal di denti.



L’ambizioso progetto di portare una ventata di informatizzazione nel corpo pesante della burocrazia italiana è stato avviato ormai cinque anni or sono con la prima delle leggi Bassanini (la Legge 59/1997, meglio nota come Bassanini 1). La firma digitale costituisce la tessera madre di un ampio e articolato disegno che prevede di svecchiare il rapporto tra i cittadini e gli enti pubblici passando dalla carta d’identità digitale, al telelavoro e che spalanca la porta a massicce dosi di informatizzazione dei procedimenti amministrativi.



Come ad ogni timido passo verso l’ammodernamento della Pubblica Amministrazione attraverso le nuove tecnologie, scatta automatico il bilancio sullo stato dell’e-government italiano, il cui destino segnato sembra essere quello di un lungo e speranzoso letargo fino a quando non si viene svegliati dal clamore dell’ultima disposizione di turno che ci promette l’ennesimo addio a file e carta bollata.



Quest’ennesimo bilancio però arriva a ridosso di due importanti avvenimenti riguardanti la firma digitale nostrana, che sulla carta vanta uno straordinario anticipo sui tempi rispetto alle normazioni degli altri paesi.



L’Italia ha chiuso il capitolo firma digitale da almeno quattro mesi, con l’emanazione di tutte le normazioni statali necessarie a fine maggio; d’altro canto ha lasciato scivolare nel nulla l’analoga direttiva europea che estendeva le norme sul documento elettronico anche ai contratti stipulati tra privati tramite Internet.



Nonostante meriti ed inadempienze a tutt’oggi però la penna non è stata sostituita dall’e- mail per la stipula di un contratto o per la presentazione di una richiesta presso uno sportello pubblico. Variegato l’ordine delle ragioni.



Per i contratti su Internet, e per tutto il settore privato, niente di fatto perché si è perso il treno del 19 luglio, questo il termine previsto per l’attuazione della Direttiva UE. C’è da dire che, comunque l’Italia dovrà affrettarsi a recepire le norme comunitarie ovviando alle incompatibilità con la legge italiana. Tutto questo a stretto giro, per non incorrere in sanzioni comunitarie.



Tutt’altra storia invece per la firma digitale nei rapporti con la Pubblica amministrazione, regolate anzitempo in svariati punti del citato pacchetto Bassanini. Le norme ci sono e come. L’iter procedurale e tutte le incombenze burocratiche per dar via alla firma digitale è giunto al suo capolinea con l’istituzione dell’Elenco Pubblico dei Certificatori, ad opera dell’AIPA (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione).



Il problema della firma digitale e del suo uso di massa riposa su tante ragioni e su nessuna in particolare. Forse che la legge, nata prima che la tecnologia necessaria a supportarla susciti diffidenza? A breve il regolamento attuativo della firma digitale dovrebbe essere rivisto ben prima che una qualche percentuale significativa di internauti italiani l’abbiano sperimentata. Oltre alla scontata diffidenza delle amministrazioni verso il nuovo c’è ancora l’onnipresente problema della Rete: quello degli standard. Esistono varie smart card per la crittografia, ciascuna con un proprio apparecchio di codifica che sostanzialmente ne frena la diffusione.