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Una Rete a prova di bomba?

Un rapporto statunitense evidenzia che gli attentati dell'11 settembre hanno avuto un effetto assolutamente trascurabile sul funzionamento di Internet. La struttura della Rete si conferma estremamente efficace nelle situazioni di emergenza. Ma nel caso di nuovi attentati, il problema potrebbe non essere tecnologico.

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L’attacco Distributed Denial of Service (DDos) che il mese scorso
ha messo fuori uso per un’ora 9 dei 13 root server del DNS (Domain Name
System), se da un lato ha suscitato allarme per aver indicato Internet come
obiettivo di eventuali attentati terroristici futuri, dall’altro ha messo in
evidenza ancora una volta l’efficacia della struttura ridondante della
Rete, in grado di adattarsi anche senza alcuna supervisione alle situazioni di emergenza.

L’ennesima conferma di questo dato viene da un rapporto
appena pubblicato dal National Research Council statunitense riferito agli
attentati dell’11 settembre 2001. Dalla ricerca emerge come la città di New
York costituisca una sorta di “super‑nodo” di Internet, attraverso il
quale passano le connessioni di numerosi provider in Europa e in altre
regioni del mondo. Molti cavi transatlantici emergono dalle acque proprio nei
pressi della Statua della Libertà. Quando le due torri del World Trade Center
sono crollate nella mattinata dell’11 settembre, molti provider italiani,
tedeschi e rumeni che utilizzavano i server collocati nei grattacieli si sono
trovati improvvisamente offline. Il colpo più duro l’ha subito il Sudafrica,
paese nel quale il 50 per cento dei provider dipendeva da macchine collocate
nelle Torri Gemelle; gli internauti sudafricani non sono stati in grado di
navigare per parecchi giorni, a meno di non conoscere l’esatto indirizzo IP dei
siti da visitare.

Ciò nonostante, la tenuta del network è stata positiva: «Il
fatto è che Internet, nel suo complesso, non è stata scossa in maniera
significativa», si legge nel rapporto. «Per un osservatore esterno sarebbe
stato difficile trovare alcun impatto insolito degli eventi dell’11
settembre al di fuori delle aree strettamente colpite». I ricercatori del NRC
sottolineano che la risposta alle difficoltà nei collegamenti è stata estremamente
efficace, benché spontanea: «Un dato importante riguardo a queste risposte è
che non hanno avuto bisogno di un coordinamento centralizzato. Individui e
gruppi sono stati in grado di predisporre spontaneamente soluzioni ai problemi
e di attuarle rapidamente».

Fin qui la faccia positiva della medaglia. Ma se la
tecnologia non desta grandi preoccupazioni, nel caso attentati come quello dell’11
settembre dovessero ripetersi (magari uniti ad un attacco mirato contro
Internet come quello del mese scorso) i problemi maggiori potrebbero venire
dalla reazione delle persone. «Se l’obiettivo è il terrore», spiegano i
ricercatori, «allora un malfunzionamento diffuso di Internet potrebbe provocare
confusione e probabilmente infondere panico, specie se questi
malfunzionamenti dovessero avvenire in congiunzione con attacchi fisici». A
poco varrebbe, in quel caso, la fiducia nella tenuta complessiva della Rete,
dal momento che «il suo funzionamento e le sue vulnerabilità restano un mistero
per la maggioranza della popolazione»