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Hacker USA affondano server di al-Zarqawi

Un gruppo di hacker statunitensi non nuovi ad operazioni di questo tipo ha per l'ennesima volta affondato un server ospitante alcune pagine occupate da messaggi lasciati da componenti del gruppo collegato ad Al Qaeda e facente capo al noto al-Zarqawi

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Un pinguino che trascina una mitragliatrice, una minaccia, una sfida: è stato colpito da “ignoti” un sito internet collegato alla rete di Al Qaeda, e la nuova Home Page è divenuta un gesto di sfida virtuale costituita da un pinguino che prende in mano la situazione ed allontana le armi.

Il sito, legato agli ultimi eventi firmati dal tristemente noto Abu Musab al-Zarqawi, è ospitato su di uno spazio gratuito. Negli ultimi tempi il sito è stato uno degli spazi ove sono stati resi pubblici i crudi filmati delle decapitazioni di alcuni ostaggi americani, e solo pochi giorni or sono sullo stesso spazio è stata ospitata la struggente supplica dell’ostaggio Kenneth Bigley che chiede di aver salva la vita. La vendetta virtuale sembra essere stata ora consumata.

Gli hacker responsabili del gesto (“TeAmZ” la firma) hanno lasciato sul sito un messaggio dai toni decisamente duri: «Host them and your next!», tradotto dalla Reuters come «Ospitate (questi siti) e voi sarete i prossimi!». Il gruppo “TeAmZ USA” non è nuovo ad azioni di questo tipo e gli attacchi a siti islamici si ripetono ormai da tempo. Nell’ultima scorribanda sui server nemici, datata 22 Agosto, la home page era stata sostituita con un’immagine della bandiera americana ed un’icona sfregiata di Bin Laden.

Nel momento in cui Internet è salita per la prima volta alla ribalta in modo così prepotente come mezzo mediatico ed arma psicologica, anche queste schermaglie fatte di bit entrano a pieno titolo a contribuire alla guerra in corso. Difficile però prevedere l’entità delle possibili conseguenze di tali azioni private. Non a caso negli USA sta attualmente pagando pegno per i propri gesti tale John Buffo, colui che aveva manomesso nel 2003 il sito di Al Jazeera. All’atto della condanna il giudice lo aveva ripreso con fermezza ricordando che «questo è un reato. Non è uno scherzetto da bambini».