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Google, tracce di Instant Messenger dal codice

Nel codice del recente Desktop Search di Google un noto consulente di sicurezza ha rilevato la presenza del richiamo ad un protocollo denominato "google_im". Google nega, ma il tutto sembra costituire una palese prova delle intenzioni del gruppo.

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Con il solito rumor che anticipa l’ufficializzazione, si apre un nuovo capitolo nell’epopea di Google: il marchio nato con il motore di ricerca potrebbe infatti dare il via ad un progetto di Instant Messagging per il quale già era emersa qualche ipotesi e per la quale ora emergono probanti indizi.

Il primo forte indizio è costituito dall’acquisizione da parte di Google dell’IM denominato “Hello“. Quest’ultimo non è per la verità un vero e proprio IM, pur assumendone i connotati, in quanto ha la peculiarità di costituire un semplice canale per lo scambio di materiale fotografico. La proprietà del software fu acquisita nell’ambito dell’acquisto di Picasa, software house nota per la distribuzione dell’omonimo software per l’organizzazione delle immagini sul desktop.

Quello che sembra essere invece un vero e proprio elemento probante delle intenzioni di Google è ora un particolare emerso dal codice dell’ultimo strumento di ricerca offerto dal gruppo, ossia il cosiddetto Desktop Search. Richard Smith, consulente di sicurezza che già in passato è riuscito ad anticipare con simili sillogismi i passi del gruppo di Mountain View, avrebbe infatti notato come il software sia progettato per permettere al browser di utilizzare un protocollo richiamato tramite “google_im://“.

Da Google arriva immediata la smentita: il codice richiamerebbe infatti solo semplicemente i dati riferibili ad AOL Instant Messenger, dati effettivamente indicizzabili dal nuovo strumento di ricerca desktop. Ponendo l’assunto di un codice scritto con una certa coerenza, l’uso successivo del protocollo “googlemail://” costituisce però il miglior sostegno all’ipotesi per cui l’uso del compromettente protocollo di IM costituisca una vera e propria prova tangibile. In tal caso le smentite di Google si configurerebbero come semplici ed artificiose parole di circostanza, volte più a far parlare del tutto piuttosto che a negarne realmente i contenuti.