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I motori? Uccidono il Web

I motori di ricerca mettono in pericolo l'idea di World Wide Web come spazio di conoscenza democratica. Il criterio di catalogazione e classificazione premia trucchi e popolarità in luogo dell'autorevolezza del sito

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I motori di ricerca uccidono il Web e ne mettono in pericolo l’intrinseca democrazia. Son parole di Andrew Hart, direttore di Associated New Media, editore di alcuni tra i più importanti giornali inglesi. Parole espresse di fronte alla platea della conferenza organizzata dall’Associazione degli editori online, in un dibattito cui hanno partecipato anche manager di Google e Overture.

Il World Wide Web è un esempio lampante di democrazia dell’informazione. Ogni link, ogni sito ha, dal punto di vista strutturale, la medesima visibilità di un altro link e di un altro sito. L’informazione non è strutturata e spesso accanto ai siti delle grandi corporazioni compaiono siti minori che possono disporre dello stesso mezzo, alla pari. Questa uguaglianza di fondo può essere messa in crisi da una gerarchizzazione dei link.

I motori di ricerca sono fondamentali nell’accesso all’informazione, ma diventano deleteri quando i criteri di gerarchizzazione delle notizie mostrano mancanze ed errori. «I motori di ricerca – spiega Hart – classificano i siti in base alla loro popolarità piuttosto che alla loro autorevolezza». In questo modo il Web perde la sua funzione di raccogliere e divulgare la conoscenza perché molta parte di essa viene catalogata dai motori in modo imperfetto.

Ma c’è di più. Secondo Hart i motori frenano il progresso del World Wide Web, rastrellando la maggior parte del giro d’affari della “online economy”. In questa visione i motori «succhiano tutti i soldi della online economy e li instascano», divenendo così «impedimento e ostacolo al progresso».

La visione di Hart, condivisa ed esasperata anche dal giornalista dell’Economist Paul Rossi che parla di Google come di un “killer dei marchi”, trova anche il suo esempio lampante nel servizio di Google News. Se è vero che, secondo dati forniti dal consulente Vin Crosbie, il 48 per cento delle informazioni rilevata da una ricerca su Google News proviene da sole cinque fonti, ciò significa che un gran pezzo dell’informazione del Web viene tagliata fuori.

Non è la prima volta che Google, e in particolare il suo servizio Google News, finisce sotto osservazione dalla comunità degli editori online. Un’articolo del quotidiano Independent lo scorso settembre mise in guardia tutti con un articolo dall’esplicito titolo “Perché Google news segna la fine dell’esclusiva online”. In quella veste il servizio di notizie, uno dei più frequentati del Web, viene dipinto come uno “stupido” che si basa per la sua catalogazione non sull’autorevolezza della notizia, e nemmeno sul suo essere stata pubblicata per prima, ma su un algoritmo poco intelligente che premia sempre e comunque le notizie che vengono pubblicate per ultime. Con Google News, scrive l’Independent, «conviene di più essere ultimi», perché riceverai più click.

Di informazioni e critiche come questa è pieno il Web. I motori di ricerca, manna dei navigatori e prima risorsa da visitare a collegamento avviato, sono sotto l’occhio del ciclone. Veri arraffa-tutto del mercato pubblicitario, diventano ingombranti e gli occhi che hanno puntati contro si moltiplicano quotidianamente.

Durante la conferenza, il direttore del marketing europero di Google, Lorraine Twohill, ha obiettato che il motore californiano è “amico” dei piccoli siti, tanto che spesso sono questi ultimi a ricoprire le prime posizioni, in opposizione ai grandi. I piccoli siti, ha ripetuto la Twohill, hanno il miglior rapporto di contenuto ottimizzato per i motori, rispetto ai grandi.

Se sia o non sia così, i motori di ricerca ricoprono sempre più un ruolo fondamentale nella navigazione, tanto che essi potrebbero essere considerati come un vero e proprio servizio pubblico. Dalla stessa conferenza è anche nata una proposta originale: costruire un motore di ricerca non-profit da dare in gestione ad un entità terza, che ne garantisca il funzionamento e l’imparzialità. Tutto ciò per superare i principali pericoli all’autorità della ricerca: pubblicità, algoritmi segreti e poca trasparenza.