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Googlepédie e l’imperialismo americano

Google aggiungerà entro breve al proprio archivio 25 milioni di libri prelevati da biblioteche statunitensi: si tratta di una sorta di imperialismo culturale? La Francia non ci sta, e rilancia Gallica

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Negli ultimi giorni è improvvisamente balzato agli onori delle cronache sul web il nome di Jean-Noël Jeanneney, esperto di storia dei media ed attualmente presidente della Biblioteca Nazionale di Francia. L’acceso dibattito che Jeanneney ha scatenato ruota attorno ad un altro nome noto del web, Google, e probabilmente il polverone sollevatosi sulla vicenda trae molta della sua linfa dall’aver annoverato in questa storia il motore del “don’t be evil” dalla parte del “cattivo”.

Tutto nasce dalla decisione di Jean-Noël Jeanneney di schierarsi contro il nuovo servizio Google Print con il quale il motore di ricerca ha deciso di portare online, a titolo completamente gratuito e senza trarre alcun introito diretto dall’iniziativa, il contenuto dei libri costituenti le biblioteche di Harvard, Stanford, University of Michigan, University of Oxford oltre alla New York Public Library. 15 milioni di volumi, occhio e croce. E’ semplice notare come tutte le università rilevate dall’elenco ufficiale del servizio siano statunitensi, madrepatria di Google, ed è questo il parametro che Jeanneney non intende accettare: vista l’importanza e la penetrazione dei nuovi media nella cultura dei giorni d’oggi, accettare un’invasione di testi anglosassoni significa accettare passivamente una sorta di imperialismo culturale di cui Google si fa principale portatore.

Jeanneney va oltre. Se l’inaccettabilità dell’iniziativa monoculturale di Google non è respingibile in alcun modo, è necessario un attivismo in grado di apportare una forza uguale e contraria tale da bilanciare il peso della pressione culturale d’oltre oceano. Questa necessaria reazione si concretizza quindi nel rilancio di Gallica, la versione digitale della Biblioteca Nazionale di Francia. Al momento l’archivio è limitato a circa 70.000 titoli, ma entro un quinquennio e circa 4 milioni di euro si ambisce ad estendere il parco immagini della biblioteca virtuale ad una cifra, comunque, poco più che simbolica al cospetto del titanico impegno del gruppo di Mountain View. Si, immagini: i testi sono archiviati in modalità immagine, formato inutilizzabile per l’elaborazione testuale ed utile solo ad una trasposizione (palesemente cieca) del supporto cartaceo alla piattaforma digitale. Il sito ufficiale di Gallica anticipa però un pallido cambiamento d’orizzonte ed anticipa la disponibilità di poco più di un migliaio di volumi in formato testuale.

Il progetto dunque sembra essere minato fin dalla nascita da una sorta di peccato originale che ne vincola ogni possibilità di sviluppo: l’approdo al nuovo supporto rimane fine a se stesso, e nessuna delle peculiarità della fruizione digitale viene contemplata dal lavoro della biblioteca francese. Gallica, però, in questo contesto rappresenta la necessità che si fa virtù: può essere più edificante valutare le motivazioni recondite della contestazione di Jeanneney più che schierare il plotone di esecuzione contro il vacuo tentativo portato avanti per osteggiare l’avanzata dell’impero dell’accoppiata Page/Brin.

Jean-Noël Jeanneney potrebbe avere ragione. Se i contenuti dei libri non sono certo contestabili (né, a onor del vero, contestati), la scelta dei volumi o delle biblioteche potrebbe essere invece influente circa i contenuti a disposizione dell’utenza. Jeanneney sottolinea più volte di non voler essere giudicato come un anti-americano, ma nel contempo rifiuta di vedere online una versione statunitense della Rivoluzione Francese senza vederne parallelamente una versione di origine (è il caso di dirlo) “gallica”. In effetti un’esportazione così massiccia e penetrante di un unico punto di vista (sia pur se democratico e multiforme) potrebbe costituire, se non un chiaro attacco, almeno un fastidio per la molteplicità delle culture presenti nel mondo.

L’Europa in particolare, culla delle maggiori rivoluzioni culturali che ha registrato la storia dell’ultimo millennio, dovrebbe almeno risentirsi e difendersi da questo attacco, senza accettare di assistere passivamente ad un sommesso revisionismo costituito da una parziale politica di digitalizzazione della cultura chirografica. Infondo sono le stesse testate europee (non esenti quelle italiane) ad aver dato il benvenuto al servizio Google Print con titoli celebrativi secondo i quali Google avrebbe presto portato online “tutta la conoscenza” del mondo. Se si considera che è tutta solo ed esclusivamente conoscenza di selezione americana, vien allora da chiedersi se effettivamente Google Print sia davvero cosa buona.

Jean-Noël Jeanneney potrebbe avere torto. La sua potrebbe essere una crociata volta a pescare nel pozzo del nazionalismo per attingere fondi destinati alla sua biblioteca. Oppure, semplicemente, la sua potrebbe essere una reazione spontanea di fronte all’accantonamento della cultura europea, e magari l’atavica rivalità tra Stati Uniti e Francia sgorga non casualmente alla vigilia del tour europeo del Presidente Bush. Forse quella di Jeanneney potrebbe essere una sorta di guerra preventiva contro la temuta invasione culturale nemica. Google si difende affermando che «non può si fare tutto in una volta sola»: insomma, pur senza promesse si lascia intendere che dopo le biblioteche USA toccherà ad altri stati ed altre culture, giusto il tempo di scannerizzare qualche milione di volume.

Il Corriere della Sera, in proposito della vicenda Jeanneney vs Google, riporta la seguente illuminante interpretazione a firma di Stefano Montefiori: «Jeanneney non lo accetterà mai: il sogno enciclopedico di Diderot e d’Alembert oggi vive in California». Ma in effetti l’Encyclopédie informatica è innanzitutto un’idea statunitense, risale addirittura al 1945, e l’allora “Memex” di Vannevar Bush costituisce il progetto sul quale oggi Google ricama la propria opera. La “Googlepédie”, ecco cosa probabilmente non accetta Jeanneney.

Comunque sia, oltre a Google Print ben venga anche una “Gallica”. E una “Italica”, magari.