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L’età degli aggregatori

La vicenda che ha visto contrapposte AFP e Google News rimarca ancora una volta il ruolo sempre più importante degli aggregatori di news. Ma non tutti seguono il 'modello francese'.

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Bob Hoffman è il curatore di Political
Gateway.com
, un piccolo sito americano di informazione politica. Da qualche
giorno può essere annoverato tra le prime vittime dell’iniziativa di AFP.
I fatti sono noti. La prestigiosa
agenzia di stampa francese ha deciso di fare causa a Google per violazione di
copyright. Non vuole che titoli, sommari e immagini dei suoi lanci sul web compaiano
su Google News. La società americana ha prontamente risposto, eliminando
dal suo aggregatore tutti i link alle news di AFP. Ma nel farlo, e torniamo alla
vicenda di Bob Hoffman, pare che abbia creato una sorta di ‘lista nera’ (forse
temporanea) contenente tutti i siti che offrivano in syndication i lanci dell’agenzia
francese. Alcuni di essi, insomma, tra cui Political Gateway, non vengono più
indicizzati. Addio visibilità, addio traffico. E Hoffman si
lamenta
, accusando senza mezzi termini AFP, di cui pure era cliente pagante.

Un caso estremo, certamente. Ma significativo. Rimarca ancora una volta il
ruolo cruciale
che i servizi di aggregazione alla Google News stanno assumendo
nella diffusione dei contenuti su internet. È un fenomeno ampio e complesso,
che ingloba anche il successo crescente di formati come RSS. Diverso è
il livello possibile di personalizzazione (con i feed sono io che scelgo le mie
fonti), ma uguale è il concetto di fondo: un punto di raccolta centrale
(una pagina web, un news reader) che diventa la fonte primaria di informazione
personale. Se i vantaggi per l’utente sono evidenti, altrettanto chiaro appare
il dilemma per i fornitori di contenuti, specie quelli legati a sistemi di distribuzione
tradizionali. Per questi ultimi si tratta spesso di mettere in discussione strategie
editoriali e di marketing. Un passo falso può significare una condanna
all’irrilevanza sulla rete.

In questo scenario mutevole, in cui vecchie modalità di business sembrano
scricchiolare sotto i colpi del nuovo ma in cui mancano ancora modelli sostitutivi
realmente consolidati, è naturale rintracciare approcci divergenti. Negli
stessi giorni della vicenda Google/AFP, tre importanti editori di giornali americani
(Gannett, Knight-Ridder e Tribune Co.) sono entrati a far parte, con una quota
del 75%, della compagine societaria di Topix.
Creato appena un anno fa da Rich Skrenta, questo eccellente aggregatore
di news locali si è subito segnalato, oltre che per la bontà dell’implementazione
tecnologica, anche per il promettente modello di business basato sulla pubblicità
contestuale. Talmente promettente che tre editori rivali hanno deciso che valesse
la pena investirci. Risale a qualche mese fa, invece, un altro importante accordo
commerciale: il New York Times ha deciso di pagare Topix per piazzare in una posizione
di rilievo i link alla sua sezione di news locali, riconoscendo implicitamente
l’importanza di questo tipo di applicazione come veicolo di traffico verso il
proprio sito.

Considerazioni analoghe si possono fare anche per settori diversi da quelli
legati all’informazione. Sarebbe, ad esempio, in crescita costante il numero di
utenti internet che fa acquisti online partendo da uno dei tanti motori di ricerca
specializzati o dai siti di comparazione del prezzo. Quanti sono? Secondo uno
studio condotto da BizRate Research e citato
in un articolo
su Clickz.com, la percentuale di quelli che preferiscono passare da questi ‘aggregatori
di prodotti’ prima di accedere ai siti dei retailer sarebbe del 59%.