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Google.com: chi sbaglia (a digitare) paga

Sbagliare l'indirizzo 'www.google.com' può essere una cosa estremamente pericolosa: secondo gli analisti F-Secure, infatti, alcuni indirizzi simili a quello del motore di ricerca aprono al rischio di trojan di vario tipo. Urge porre attenzione

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Chi sbaglia a digitare l’indirizzo Google.com paga. E’ questo l’ammonimento che giunge dai tecnici F-Secure i quali pongono l’attenzione su tutti gli indirizzi che, nella fretta, vengono digitati in modo errato aprendo per l’utente il pericolo rappresentato da siti appositamente creati per lucrare su tale errore.

La segnalazione F-Secure è riferita a Google.com in quanto, essendo tale riferimento uno tra i più digitati al mondo, permette di approfittare della legge dei grandi numeri per assorbire tutti gli errori derivati dalla scrittura di un dominio tanto comune. Tra i maggiori indiziati vi sono domini aventi una “k” o una “i” in più (lettere vicine, sulla tastiera, alla “o” di “Google”), il che rappresenta presumibilmente l’errore più comune tra i visitatori del motore di ricerca.

Sbagliare url, secondo l’indagine F-Secure, significa aprirsi ad una massiccia installazione involontaria di toolbar varie e trojan di ogni tipo. Alcuni url sono stati identificati ma non vengono riportati in questa sede per evitare il rischio di essere tentati dalla curiosità: l’apertura del sito può costituire un reale pericolo per il sistema in uso (soprattutto se l’apertura avviene tramite Internet Explorer, del quale vengono sfruttate alcune vulnerabilità per favorire l’installazione dei malware).

Il meccanismo è vecchio quanto redditizio: l’errore di battitura è sempre dietro l’angolo, la registrazione di un dominio apposito può permettere di raccogliere un certo traffico e tutto il resto è semplice conseguenza. In Italia, secondo i dati forniti dal NIC, sarebbero almeno 2000 i domini registrati con una certa ambiguità. Impossibile valutare la reale entità del traffico generato dagli indirizzi errati, ma la rigogliosità con cui nascono i siti che ne sfruttano l’esistenza lascia ipotizzare un mercato tanto pericoloso quanto remunerativo.