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Oralità e scrittura. E Google.

Qualcuno lo aveva previsto da tempo: così come la scrittura faticò ad imporsi sulla cultura dell'epoca, così Google fatica a convincere autori ed editori sulla bontà del proprio progetto. La storia insegna.

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Le righe seguenti sono destinate a chi abbia voglia di concentrarsi 5 minuti mettendo in discussione fino in fondo la propria cultura, il proprio modo di pensare, le proprie convinzioni. Solo alla fine si potrà capire il perché. Argomento: letteratura e internet, analogico e digitale, autori/editori e Google Print.

Quanto sta succedendo attorno a Google Print è qualcosa che, al di là delle semplici beghe legali, sublima un problema di fondo ben più interessante ed importante. La spaccatura che si sta sviluppando sul filo di questo servizio, infatti, sembra collimare perfettamente con le predizioni avanzate un ventennio fa da Walter Ong nel suo “Oralità e scrittura“. Le argomentazioni di chi denuncia l’approccio filoamericano del servizio o la forzatura operata sulle norme relative al diritto d’autore sono tutte buone, forti, ben argomentate e ben rappresentate. Ma sullo sfondo sembra esserci un approccio preconcettuale che non può che affondare le proprie ragioni in un particolare sostrato culturale ed in motivi molto più istintuali e profondi. A conti fatti ed in seguito a semplice sillogismo è infatti facile capire che la direzione è inevitabilmente quella tracciata da Google (ed ora da Yahoo!) e che agli autori in tutto ciò ben poco danno vien fatto. Anzi.

Il tutto assume una dimensione quasi grottesca se si analizza la situazione tedesca. Così Reuters in proposito: «l’associazione tedesca degli editori sta progettando di costruire una propria rete entro l’anno prossimo che consentirà di cercare online testi integrali di libri attraverso i motori di ricerca ma senza consegnare i testi stessi a queste compagnie. Sul lungo termine, l’associazione tedesca degli editori vuole costruire il proprio motore di ricerca per offrire servizi che potrebbero competere con quelli offerti da Google, Yahoo o Lycos, e persino offrire ai lettori la possibilità di prendere in prestito libri online. “Non vogliamo che Google tenga i testi nei suoi server; vogliamo che a tenerli siano gli editori“, ha detto Matthias Ulmer, uno degli ispiratori del progetto, in un’intervista a Reuters alla Fiera del Libro di Francoforte […] Gli editori scannerizzerebbero i loro libri sui propri server. L’associazione di categoria costruirebbe un network che consentirebbe a Google e ad altre compagnie di cercare in quei server senza poterne vedere l’intero contenuto. Ulmer ha spiegato che l’associazione è in trattative con vari motori di ricerca e conta di raggiungere un accordo con Google». Insomma: la digitalizzazione va bene, purchè non la facciano direttamente i motori di ricerca. E il testo deve rimanere rigidamente in mano agli editori. E l’indicizzazione, invece, rimane il punto carico di anatemi e ritrosìe.

Ong lo aveva previsto
La teoria di Ong divide l’evoluzione della comunicazione in 3 fasi che avrebbero profondamente inciso lo stesso quadro culturale delle rispettive epoche. Dapprima venne l’epoca dell’oralità, quando le comunicazioni vocali rappresentavano il mezzo principale per lo scambio delle nozioni e la diffusione delle conoscenze e della memoria. Venne quindi la scrittura, accelerata poi dai processi di stampa, che portò sulla carta il mondo della conoscenza. Arrivò infine il mezzo elettronico, accelerato da Internet, che ha poco per volta fatto confluire in sé tutti i medium rappresentando per ognuno di questi una rivoluzione scomoda, tribolata, ma inevitabile. Con il mezzo elettronico viene a configurarsi una sorta di “oralità di ritorno” che è ben distinguibile in molte manifestazioni: la fine della sequenzialità dei testi, l’uso di formule di scrittura meno rigide e più vicine al parlato che non alla scrittura tradizionale, lo strisciante senso comunitario e di partecipazione, la straripante importanza dei link ipertestuali che riducono il testo a semplice particella di un universo senza centro, senza inizio e senza fine. Ong dedica un intero libro (erano gli anni ’80) a questa rivoluzione, ed in Google Print sembra manifestarsi tutto quanto da Ong previsto: «il nuovo mezzo rafforza l’antico, ma naturalmente lo trasforma […] ben presto tutta la stampa si servirà in un modo o nell’altro delle attrezzature elettroniche».

Secondo Ong talune ostilità nel passaggio al nuovo sistema digitale sarebbero nate proprio dallo stampo culturale diffusosi tramite la stampa: se in specifici ambiti si perseguono sistemi chiusi ed un processo di «disseminazione» della cultura (invece che una sua apertura), tutto ciò è frutto di secoli e secoli di regole, dibattiti, scambi e riflessioni basate su questi assunti. Ma quello che prima era il «mondo dell’imitazione» (con l’oralità la trasmissione del sapere era dato a copiatura e riproduzione mnemonica di quanto sentito raccontare), dopo secoli di «disseminazione» tenta oggi di tornare alla ribalta e lo fa tramite il media elettronico. Cambia così la forma culturale, gli assunti sui quali si basa il pensiero e tutto quanto concernente il mondo della trasmissione del sapere. Come ben configura Mantellini analizzando la stessa problematica, a questo punto l’intero status della giurisprudenza legata al diritto d’autore andrebbe rivista alla luce del nuovo contesto che va maturando.

Come anticipato nella premessa: il discorso di Ong è probabilmente non così facile da digerire e da assimilare. E’ lo stesso Ong ad ammetterlo indirettamente, lasciando intendere come non sia così facile far capire l’oralità a chi da sempre si nutre di scrittura («senza la scrittura, un individuo alfabetizzato non saprebbe e non potrebbe pensare nel modo in cui lo fa […] La scrittura ha modificato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione»). Come probabilmente non è facile far capire Internet a chi da sempre “naviga” sui libri.

La storia insegna
Per chiudere: ecco perché la storia, come sempre, insegna. «Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (247-7) e nella Settima Lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. […] In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare […] la scrittura indebolisce la mente» (testo originale su Google Print). Insomma, se sbagliò nientepopodimenoche Platone nei confronti della scrittura, perché mai non dovrebbero sbagliare oggi autori ed editori nei confronti della dimensione digitale? Ironia della sorte: ai suoi tempi Platone affidò la propria critica ad un testo scritto, oggi autori ed editori affidano il proprio pensiero ai propri siti web ufficiali. Tutto cambia, nulla cambia.