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Google, accuse di pedoporno e click fraud

Google è nel mirino sotto duplice tiro incrociato: da una parte v'è l'accusa di far poco o nulla per limitare redditizie promozioni di carattere pedopornografico, dall'altra v'è il ricorrente tema del click fraud che torna a far capolino

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Per Google si apre un periodo di nuove battaglie per il mantenimento della propria posizione di leadership nella ricerca. Oltre alle offensive portate avanti dalla concorrenza di Microsoft e Yahoo, infatti, vengono ad accumularsi problematiche legate ai contenuti indicizzati ed al sistema di ricerca con da una parte accuse legate al lucro ottenuto dalla pedopornografia e dall’altra il ricorrente tema del click fraud.

Il primo dito puntato è quello di Jeffrey Toback, rappresentante dei democratici negli USA. L’accusa intende far pesare su Google il fatto che sebbene il motore abbia investito in vari modi nella censura cinese per poter penetrare il mercato orientale, nessuno sforzo similare sia stato compiuto in occidente per fermare fenomeni quali quelli delle pubblicità che reindirizzano a siti con contenuti pedopornografici. Secondo Toback gli esempi sarebbero numerosi e l’inettitudine di Google sul caso specifico va interletta come una grave colpa.

Google respinge ovviamente le accuse ed evidenzia come il proprio archivio sia costantemente monitorato e ripulito di eventuali siti dai contenuti discutibili o pericolosi. La denuncia mira ad ottenere una assunzione di responsabilità da parte del motore di Mountain View ma nel contempo non fa riferimento ad alcuna richiesta di sanzione pecuniaria: l’intento è esclusivamente quello di porre fine ad un lucro ritenuto moralmente condannabile.

Per quanto concernente il Click Fraud il problema deriva dall’accusa di John Thys, direttore del marketing per il gruppo Radiator.com. Svariati milioni di dollari fanno parte della richiesta di risarcimento del gruppo stesso, ma il pericolo più ingente è la possibilità di creare un precedente che, andando a ripescare dati del passato, possa portare Google a dover risarcire ingenti quantitativi di denaro per i click fasulli a vario titolo registrati.

Update
Un appunto necessario è relativo al fatto che nei giorni scorsi anche Yahoo è stata coinvolta in una denuncia (class action) relativa al click fraud. A scatenare il tutto è una firma già nota: Ben Edelman. Il fatto specifico concerne click registrati su siti raggiunti per errore, sfruttando dunque il typo-squatting a fine di lucro indebito (le promozioni cliccate non sono contestuali e prendono origine dalla necessità dell’utente di fuoriuscire dalla pagina raggiunta erroneamente.