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Web radio, non si fermano le polemiche

Continuano le proteste da parte delle radio online contro la decisione del Copyright Royalty Board di innalzare le royalties da versare per la trasmissione in rete di brani coperti da diritto d'autore: le web radio sarebbero in serio pericolo

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Dopo l’annuncio del forte aumento per le radio che trasmettono in rete nelle tariffe da versare al Copyright Royalty Board, cominciano ad arrivare le prime dichiarazioni da parte dei diretti interessati. L’obiettivo è cercare di far tornare sui propri passi il Copyright Royalty Board che, nel rinnovare il listino dei prezzi da pagare ai detenenti i diritti d’autore per i prossimi cinque anni, ha decretato che per chi trasmette musica in rete le tariffe si dovranno alzare di anno in anno a partire (retroattivamente) dal 2006.

L’annuncio è arrivato inaspettato e rischia di mettere in grave crisi le emittenti via internet soprattutto perchè altri sistemi come le radio tradizionali pagano da tempo cifre inferiori. La regola generale prevede che le radio debbano versare le royalties unicamente agli autori e non anche a chi gestisce i diritti, che è invece ciò che viene chiesto a chi opera in rete, nonostante le web radio abbiano profitti in linea di massima inferiori a quelli di una radio tradizionale. Kurt Hanson di Accuradio cerca di far capire tutto ciò mettendo in piazza i suoi guadagni. Secondo quanto confidato al New York Times, nell’anno 2006 Accuradio.com ha guadagnato 400.000 dollari quasi esclusivamente dalla pubblicità e secondo quanto richiesto dal Copyright Royalty Board di dollari ne dovrebbe pagare 600.000. Tutto questo considerando il fatto che è previsto che le tariffe aumentino di anno in anno.

Poco chiara è anche la questione dei 500$ dollari che comunque andrebbero versati per ogni canale. Infatti le radio online solitamente hanno moltissimi canali interni, tutti fortemente tematizzati. Alcune (tra le quali la stessa Accuradio) hanno canali differenti per genere o periodo (classic rock, jazz, soul, 70’s ecc. ecc.) e altre per le quali la situazione sarebbe ancora meno chiara (come Pandora o Last.fm) presso le quali ogni utente crea uno o più canali propri con la musica che preferisce. «Ma poco importa», sentenzia Joe Kennedy di Pandora, «anche senza questa storia del canale nessuno di noi ha un business in grado di reggere l’impatto di una simile normativa».

Robert Kimball di RealNetworks sostiene che l’unica possibile alternativa sarebbe «offrire meno scelta e meno differenziazione», allontanarsi cioè dalla chiave di ogni applicazione in rete: la coda lunga, la rivincita delle nicchie. E anche se Kimball non lo dice espressamente, probabilmente una scelta simile segnerebbe la fine di queste radio le quali, nel momento in cui non possono più contare sull’ampiezza e la differenziazione dell’offerta, diventano in tutto e per tutto simili alle stazioni radiofoniche tradizionali e quindi prive di un’identità caratterizzante.

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