Hai scaricato la nostra musica, ci devi 330 euro

Migliaia di italiani stanno ricevendo in questi giorni un’inquietante e-mail firmata dai legali di una casa discografica tedesca, la Peppermint Jam Records. Perché inquietante? Beh, è presto spiegato. Immaginate di controllare come ogni giorno la vostra casella di posta e di imbattervi improvvisamente in un’email che suona più o meno così: Gentile signor Tal dei

Migliaia di italiani stanno ricevendo in questi giorni un’inquietante e-mail firmata dai legali di una casa discografica tedesca, la Peppermint Jam Records. Perché inquietante? Beh, è presto spiegato. Immaginate di controllare come ogni giorno la vostra casella di posta e di imbattervi improvvisamente in un’email che suona più o meno così:

Gentile signor Tal dei Tali, l’abbiamo pizzicata a scaricare abusivamente dal web del materiale musicale coperto da copyright. Tale materiale appartiene alla nostra società, pertanto lei è tenuto a risarcire il danno procuratoci attraverso una sanzione quantificata in euro 330. Distinti saluti.

Bello, eh? Pensate lo stato d’animo di chi si ritrova un messaggio così sinistro nella propria casella di posta. Rigagnolo di sudore lungo la tempia. All’inizio probabilmente penserà ad uno scherzo di cattivo gusto, magari di qualche collega buontempone. Dopodiché, c’è da scommetterci, valuterà una seconda ipotesi: “E’ una bufala, dai. Si tratterà di spam, some al solito. In questo periodo, tra l’altro, non sto neppure usando emule più di tanto. E poi, scusa, ma come diavolo fanno a risalire a chi scarica qualche innocente mp3 via internet?”. Eh, come fanno?

La risposta a questo interrogativo dal retrogusto Orwelliano è stata data ai malcapitati da un paio di associazioni dei consumatori, quali Altroconsumo e Adiconsum:

La Peppermint ha chiesto a una società svizzera di software, la Logistep Ag, di individuare attraverso un programma, usato anche dalla polizia polacca, gli indirizzi in rete delle persone che scaricano musica. Una volta ottenuti gli IP, si sono rivolti al tribunale di Roma chiedendo di poter avere i nominativi corrispondenti dai provider italiani. Il tribunale in prima istanza ha negato il consenso, mandando una richiesta al Garante della privacy, che non ha dato risposta. In seconda istanza, sempre senza nessun riscontro dal Garante, il tribunale ha invece dato parere positivo. I provider sono quindi stati obbligati a fornire i nominativi dei loro clienti.

A questo punto (meglio tardi che mai) il Garante ha deciso di costituirsi in giudizio, per difendere la privacy delle persone coinvolte nella vicenda. Insomma, è necessario verificare se siano stati rispettati o meno tutti i diritti di protezione dei dati personali.

A questo punto che dire? Restiamo in attesa della sentenza.

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