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Yahoo, gli azionisti si ribellano alla crisi

All'assemblea degli azionisti della società di Sunnydale è emerso come la situazione non sia delle più rosee. Terry Semel, COE Yahoo, è stato messo in discussione in più di un'occasione e ci sono state anche alcune plateali forme di protesta

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Le cose non sembrano andare bene all’assemblea degli azionisti di Yahoo: il gruppo perde terreno rispetto ai rivali di mercato e la sua stabilità sembra compromessa da una forte volontà di rinnovamento da parte degli stockholder, giunti ormai addirittura a vere e proprie forme di protesta.

La miccia scatenante è stata nel fatto che, secondo gli ultimi dati, Google in un trimestre guadagna più di quanto faccia Yahoo in un anno intero: gli utili di Mountain View sono infatti cresciuti del 69% nell’ultimo anno mentre quelli di Sunnydale sono calati dell’11%. La forbice tra i due motori si allarga sempre di più e in molti sono pronti a puntare il dito contro il general manager Terry Semel. È proprio Semel, infatti, il principale indiziato per la crisi in corso: molti azionisti lo vorrebbero vedere destituito dalla sua carica e si aspettano anche delle scuse per l’operato dell’ultimo periodo.

Anche per questo all’assemblea è stata bocciata una proposta (che aveva ricevuto il favore di solo il 34% dei presenti) per conformare la paga dei dirigenti ai risultati aziendali: secondo il nuovo regime proposto si sarebbero fissati degli obiettivi, raggiunti i quali ci sarebbe stato uno scatto o una gratifica nella busta paga. La volontà di chi ha votato no alla proposta è che la paga sia soggetta al tempo di lavoro: «anche secondo la valutazione della compagnia il compenso totale di Semel sarebbe di molto superiore a quello dei suoi pari e soprattutto di molto superiore al compenso di qualsiasi manager di una società per azioni» è stata l’analisi di Proxy Governance in maggio.

Allo stesso modo sono state bocciate le proposte per una disciplina anticensura e per l’istituzione di una commissione per i diritti umani per il distaccamento cinese dell’azienda, che già in passato aveva scatenato polemiche per come si era conformata al regime (nelle ultime ore il problema si rinnova peraltro con Flickr: il servizio di sharing fotografico sembra essere stato bloccato oltre la Muraglia dalle autorità cinesi).