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I primi robot intelligenti, o almeno Furby

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Dopo il successo del virtual pet Tamagotchi, il famoso cucciolo da accudire uscì dallo schermo a due dimensioni per diventare “reale”, in pelo e chip. Ed ecco il Furby, come spiega il suo stesso nome: “fur” (pelliccia) e “ball” (palla), insomma, una palla di pelo.

Nel 1998 Dave Hampton e Caleb Chung diedero vita a questo primo animale robotico e interattivo prodotto per la Tiger Electronics; venduto inizialmente per 35$, visto il suo enorme successo arrivò a costare oltre 100$.

Ispirati forse dalle celebri pecore elettriche di P.K.Dick o forse dai Mogwai di Joe Dante, i Furby vendettero nel mondo oltre 40 milioni di esemplari.

Un terzo occhio ad infrarossi, e sei sensori posizionati su tutto il suo corpo, permettevano a Furby più di 300 combinazioni muovendo occhi, orecchie e bocca. Sì, perché il peluche parlava, anzi interagiva con circa 600 frasi diverse attraverso il furbish, la sua lingua madre, e crescendo nei suoi 4 stadi di evoluzione arrivava a parlare anche in italiano.

Nonostante la leggenda metropolitana che voleva che il Furby apprendesse parole nuove, in realtà il suo vocabolario era predefinito, ma la NSA (National Security Agency) vista la sua capacità di ripetere quello che sentiva, lo considerò un nemico pubblico e “defurbyzzò” tutti i suoi uffici.

Oltre a parlare con lui, bisognava coccolarlo, mettergli un dito in bocca per nutrirlo, ma non si poteva spegnere, al massimo si poteva provare ad addormentarlo, oppure per riuscire a dormire togliergli le 4 pile stilo che lo alimentavano.

Furby ha rappresentato un grande successo sia a livello commerciale che di popolarità, entrando nell’immaginario collettivo e naturalmente nel nostro juke box vintage.