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Due lenti per tre dimensioni. Gli occhiali 3D

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Lente rossa, lente blu. Al cinema infilavi quegli strani occhiali colorati dalla montatura di cartone bianco e improvvisamente le immagini uscivano dalle due dimensioni della proiezione per sorprenderci con la terza dimensione.

Ma funzionavano veramente? Oppure l’unico film che è uscito realmente dallo schermo è “La rosa purpurea del Cairo” (citazione anch’essa vintage… 1985) di Woody Allen?

Parliamo degli occhiali 3D, detti anche stereoscopici.

I più famosi sono stati quelli con il supporto bianco e le due lenti, una rossa e una ciano (verde e blu), distribuiti da alcune riviste oppure al cinema in occasione dell’uscita di alcuni film, su tutti “Lo Squalo 3(D)” del 1983.

Ma la stereoscopia (Percezione tridimensionale dello spazio, e quindi del rilievo degli oggetti osservati, dovuta alla capacità dei due organi di senso di fondere gli stimoli ricevuti da ciascuno di essi) ci porta ben molto prima del vintage; Euclide nel 208 A.C. ne definì i principi, anche il grande Leonardo da Vinci si interessò della profondità e il primo disegno tridimensionale è del 1600 ad opera di Giovanni Battista La Porta.

Tornando a periodi più recenti, quello del tridimensionale è un fenomeno che ciclicamente si ripropone: se il fumetto “Topolino” regalava come gadget gli occhialini nel 1953, il cinema, per farci provare la prima sensazione di “profondità” (ancora senza occhiali) riavvolge la pellicola fino al film “L’arrivée du train en gare de La Ciotat”, dei fratelli Lumière nel 1896.

In seguito Hollywood negli anni ’50 produsse diverse pellicole 3D, tra cui anche film d’autore come “Delitto Perfetto” di Alfred Hitchcock (1954); poi i progetti vennero abbandonati per eccessivi costi e di nuovo ripresi verso la fine degli anni ’70 con il già citato Squalo 3.

Oggi si riparla di occhiali 3d, naturalmente supportati da tecniche sempre più perfezionate e ben lontani da quelli di cartone anni ’80, per esempio con il film “I Robinson – Una famiglia spaziale” della Disney (2007).

E c’è da scommettere che non sarà l’ultimo, perché gira e rigira la storia, a tre dimensioni, si ripete.

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