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Il ruolo dei “New Media” e la TV tradizionale: il caso Susan Boyle

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Descrivere il ruolo sociale che i cosiddetti “New Media”, come vengono chiamati da diversi addetti ai lavori, hanno nella nostra società, è impresa ardua e soggetta a molteplici punti di vista.

Ci sono infatti persone che guardano a fenomeni come YouTube, emblema di questo nuovo tipo di media, con diffidenza, altri con estrema enfasi, mentre altri ancora, forse perché parti in causa come le TV tradizionali, dipingono questo modo di fare comunicazione come “poco incline” ai contenuti di qualità e quindi di relativo interesse per il grosso del pubblico.

Quale che sia la definizione più veritiera, semmai ve ne fosse una, va detto che i New Media hanno avuto il merito di ampliare quello che già la TV, seppure in parte, aveva fatto: quella creazione di un cosiddetto “villaggio globale” in cui i contenuti e le news viaggiano da un capo all’altro del mondo con estrema facilità e soprattutto con celerità.

Ovvero quello che costantemente abbiamo sotto gli occhi ogni giorno accendendo la TV e guardando un TG o un programma sportivo, con l’importantissima aggiunta (sta qui la novità portata da YouTube e simili) di rendere lo spettatore non solo partecipe ma anche e soprattutto protagonista, essendo egli stesso parte di quella community virtuale grande come il popolo della Rete per mezzo di cui viaggiano immagini e parole.

Succede così che la vicenda di Susan Boyle, ex-sconosciuta casalinga scozzese che ha preso parte al programma televisivo Britains Got Talent mostrando doti canore e artistiche impensabili in rapporto al tipo di personaggio, faccia il giro del mondo in pochissimo tempo al punto che il video della sua esibizione viene visto da svariati milioni di persone, facendo di Susan un vero e proprio fenomeno mediatico senza precedenti.

Ed è in occasioni come queste che ci si pone il dubbio se certe affermazioni riduttive relative ai New Media siano così aderenti alla realtà o se, più semplicemente, non ci si renda conto di quanto essi abbiano cambiato il modo di percepire la TV in generale, tentando di restare fermi ad uno schema di broadcasting puramente verticale in cui lo spettatore occupa il gradino più basso.

Per non dire poi che in questo contesto beneficiano di maggiore visibilità anche le stesse emittenti tradizionali, le quali spesso osteggiano questo nuovo modo di fare TV, forse dimenticando che alla fine la loro stessa presenza su questi mezzi aumenta appunto l’appeal per i propri palinsesti, un po’ come capitato a ITV, l’emittente che trasmette il programma della vicenda Susan Doyle su menzionata.

Il pubblico ha compreso il cambiamento, chissà se e quando lo capiranno anche i responsabili dei media tradizionali accettando di “dividere” la risorse con quella che forse è la sorella più giovane, ma non minore, della televisione?