QR code per la pagina originale

World Energy Outlook 2017: la rivoluzione in atto

Il World Energy Outlook 2017 fa il punto sul futuro dell'energia sottolineando l'importanza della transizione in questa fase di allontanamento dal carbone.

,

L’International Energy Agency ha diramato il proprio “World Energy Outlook 2017” (pdf), fotografia istantanea di un settore dall’importanza centrale. Secondo quanto descritto, il futuro dell’energia è delineato ed è un futuro dal profilo estremamente cangiante: l’innovazione sta investendo ormai da tempo il settore e la visione per i prossimi decenni è quella di una grande rivoluzione destinata a cambiare in modo radicale equilibri e destini a livello planetario. Da sempre, del resto, l’energia scandisce il ritmo della storia: dalla scoperta del fuoco alla macchina a vapore, passando per l’elettricità e per le geopolitiche disegnate sui flussi del petrolio. Ora è il green ha dettar legge, con l’emergere delle fonti alternative a configurare qualcosa di assolutamente nuovo: le carte stanno per essere rimescolate e redistribuite, perché una nuova partita sta per cominciare.

L’errore da evitare è quello di abbandonarsi ad una visione semplicistica del futuro tale per cui le fonti alternative sostituiscono ipso facto petrolio e carbone, poiché la verità è ben lontana da questa visione (tanto semplificata da poter sembrare fanciullesca). La realtà parte infatti da un altri presupposti.

Nuovi equilibri

Anzitutto, la richiesta di energia è in ascesa e lo sarà per molto tempo. L’aumento della popolazione e l’aumento generalizzato dell’accesso alla ricchezza (e alla tecnologia) determineranno infatti un forte aumento della “sete” di energia in tutto il mondo. Si tratta di un aumento che solo in parte le tecnologie tradizionali sono in grado di assorbire, ma fortunatamente l’ascesa delle rinnovabili è in grado di fungere da compendio, andando a soddisfare la richiesta complessiva esistente. L’ascesa delle rinnovabili (solare ed eolico in primis) non è dunque causa prima e diretta della caduta del petrolio che, anzi, è destinato ad aumentare ulteriormente pur se con tassi di crescita minori. Sono altre le dinamiche principali da tenere dunque sotto stretta osservazione:

  • gli Stati Uniti, grazie allo shale oil (definita da Descalzi una “grande anomalia” del mercato), stanno aumentando la propria produzione oil&gas, trasformandosi da importatori ad esportatori
  • il fotovoltaico sta per diventare in alcuni paesi la fonte di energia a minor costo
  • la Cina potrebbe presto spostare il proprio mix energetico verso il green a causa dei problemi che il carbone sta comportando e le politiche cinesi sono giocoforza fondamentali per gli equilibri mondiali nel mondo dell’energia
  • l’elettrificazione sarà sempre più massiva in conseguenza dell’aumento di elettrodomestici nel mondo e della digitalizzazione

Se la domanda di energia aumenta e l’energia diventa elemento sempre più centrale per gli equilibri internazionali, allora occorre garantire un accesso quanto più sicuro e conveniente ad ogni paese. Per ogni paese, quindi, diventa sempre più importante la giusta scelta strategica di lungo periodo: gli investimenti sono infatti importanti e prendere la strada sbagliata potrebbe pesare pesantemente sulle prospettive future. Tali scelte non possono però basarsi semplicemente sulla propria singola situazione: il mercato dell’energia è, più di ogni altro, per definizione un mercato globale nel quale ogni singolo paese recita un ruolo da protagonista che tutti gli altri debbono tenere in considerazione.

Nessun paese è un’isola energetica a sé stante. Siamo influenzati tutti dalle scelte strategiche che fanno gli altri.
Fatih Birol, IEA Executive Director

«Nello Scenario Sviluppo Sostenibile», spiega il report IEA, «le fonti a basse emissioni di anidride carbonica raddoppiano la loro quota sul mix energetico portandosi al 40% nel 2040, tutte le strade per migliorare l’efficienza vengono perseguite, la domanda di carbone si avvia verso un imminente declino e poco tempo dopo il consumo di petrolio raggiunge il picco. La generazione elettrica ha quasi completato il suo processo di decarbonizzazione, dipendendo al 2040 da rinnovabili (oltre il 60%), nucleare (15%), così come dal contributo di sistemi di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (6%)». In questa transizione il gas ricoprirà un ruolo fondamentale, i veicoli elettrici inizieranno a diventare di uso comune e nuovi sistemi di cottura comprimeranno la quantità di CO2 emessa e libereranno tempo oggi impiegato in ore passate ai fornelli. Uno sviluppo che a livello capillare, nella quotidianità di tutti, cambierà abitudini e pratiche a livello globale.

Non è il prezzo del petrolio a cambiare queste prospettive: battaglie di mercato e di geopolitica manterranno basso il prezzo per alcuni anni, ridurranno le loro resistenze in futuro in virtù degli equilibri che andranno a cambiare, ma tutto ciò non può influire su un solco che appare segnato. Nel 2040, quindi, l’elettricità sarà il linguaggio comune dell’energia a livello mondiale e gli approvvigionamenti arriveranno in gran parte da fonti differenti da quelle tradizionalmente basate su carbone e idrocarburi.

Auto elettriche: la promessa e la bugia

Nel breve periodo passeremo da 2 milioni di auto elettriche a 300 milioni, ma questo ridurrà le emissioni di anidride carbonica di meno dell’1%. […] Sono stupito che ci sia tanta attenzione per le auto elettriche e così poco per gli autocarri, perché gli autocarri usano più petrolio e sono responsabili di molte più emissioni. […] Non è ancora venuto il momento di scrivere il necrologio del petrolio.

Fatih Birol, IEA Executive Director

Il sistema elettrico si basa ad oggi ancora sul carbone. L’auto elettrica fa dunque poco per ridurre l’impatto ambientale della mobilità, poiché si sposta l’inquinamento dalla marmitta alla centrale elettrica, ma senza un impatto serio sui destini del pianeta. La domanda di petrolio è destinata quindi ad aumentare, poiché in certi settori la richiesta continuerà a rimanere alta mentre il sistema complessivo ad oggi non ha ancora fatto passi consistenti per cambiare direzione. Ecco perché secondo Fatih Birol, Executive Director dell’International Energy Agency, gran parte del dibattito odierno sui tagli delle emissioni è vuoto e mal direzionato: le auto elettriche saranno sì una grande rivoluzione, ma lo saranno più che altro per le abitudini delle persone poiché, finché l’energia sfruttata è prodotta da centrali a carbone, poco o nulla cambia a livello di sistema in termini di impatto ambientale. Fatih Birol punta dunque l’indice contro gli opinion leader del settore, che si sono accorti dell’importanza dell’elettrico nei trasporti pesanti soltanto nel momento in cui un grande brand (Tesla) ha portato le sue novità sotto gli occhi del pubblico.

Consumi e mobilità

L’accusa (tutto fuorché velata) di Birol è dunque relativa ad analisi poco attente alle dinamiche di lungo periodo, troppo focalizzate su quello che cambia nel presente e poco attente alla vera innovazione di lungo periodo. Se la mobilità elettrica avrà grande impatto e grandi costi per il cittadino (il quale potrà lavarsi facilmente la coscienza grazie ad una colonnina di approvvigionamento di energia “pulita”), i tassi di inquinamento non saranno però ridotti: il dibattito necessita quindi di maggior lungimiranza affinché siano stimolate coraggiose scelte di lungo periodo per aumentare l’efficienza energetica, per cambiare il carbon footprint a livello di sistema, per fare della mobilità elettrica un progetto globale, per favorire l’immediata transizione verso i nuovi equilibri del futuro.

Eni: il punto di vista dell’industria

L’industria energetica si muove su una prospettiva di 10 o 20 anni

Claudio Descalzi

L’industria, spiega il CEO Eni Claudio Descalzi, è un elefante obbligato a muoversi con l’agilità di una gazzella. Nel contesto di un orizzonte fortemente cangiante, infatti, un gruppo come Eni è costretto a riprogettarsi continuamente, imparando a cambiare con estrema rapidità e portando rapidamente a monetizzazione i propri asset e la propria innovazione. L’innovazione è asset in sé, mai come oggi, perché la trasformazione deve far parte del DNA di una azienda che intende essere leader.

Nel momento in cui l’azienda è pronta al cambiamento, è pronta ad accoglierlo e ad accompagnarlo. Di qui l’apertura al Biodiesel e alle auto elettriche, tutte innovazioni importanti e doverose: Eni punta oggi sulla ricerca per far fede alla propria identità, spiegando che non andrà ad inseguire trend destinati a sgonfiarsi o propri della storia altrui. Semmai la scommessa è sulle capacità di scoperta, sul futuro del gas e sulle potenzialità di sviluppo di aree del pianeta ancora oggi ricche di materie prime ma prive di sviluppo e di elettrificazione.

Anche la scommessa sulle rinnovabili, inoltre, ha una identità chiara: Eni intende approcciare le nuove fonti con l’obiettivo specifico di produrre nuova ed ulteriore energia. Il gruppo non vuole quindi produrre strumenti (come i pannelli fotovoltaici), ma vuole semmai sfruttarli come nuova fonte all’interno di un progetto strutturale di produzione di energia, così che possa essere distribuita e commercializzata in modo equilibrato ed efficiente. Le rinnovabili non sono dunque ripiego o emergenza (soprattutto alla luce di un mercato che vede in aumento i consumi di petrolio e gas), ma si configurano semmai come ulteriore opportunità di mercato, in grado di completare l’offerta del gruppo con le giuste complementarità e le migliori sinergie.

Il punto di vista delle istituzioni

Il punto di vista delle istituzioni è stato portato avanti dal Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. L’attenzione delle istituzioni, infatti, deve essere in ottica di prospettiva e di tutela: da una parte c’è una scelta generazionale di fuga dal sistema del carbone, dall’altra c’è la necessità di evitare shock che possano colpire particolari porzioni di mercato, con ricadute negative tanto sull’economia, quanto sull’occupazione. Le istituzioni hanno e avranno dunque un ruolo centrale nella gestione di questa necessaria, e già intrapresa, transizione. Il gas è la scelta italiana co-firmata con Eni: sarà il gas a guidare il passaggio in uscita dal carbone e in approdo ad un mix maggiormente “green” dal minor impatto ambientale rispetto al passato.

La sicurezza delle reti e l’efficienza delle fonti sono gli altri due punti al centro dell’attenzione della politica: le strategie che vengono intraprese comporteranno importanti investimenti e saranno dunque fondamentali per migliorare gli investimenti. Calenda spiega però che tale transizione va condivisa, poiché gli ostacoli che frenano le infrastrutture sono un vantaggio regalato al sistema del carbone. Gli obiettivi necessitano quindi di cambiamenti, ma il percorso va fatto comprendere a tutti affinché l’innovazione possa essere calata sul territorio con piena consapevolezza e massima rapidità.

Investimenti sulle reti e diversificazione sulle fonti: questi sono oggi gli obiettivi che il governo si pone per garantire al paese sicurezza e convenienza negli approvvigionamenti. Trattasi tuttavia di politiche che l’Europa deve affrontare in modo unitario e coordinato: o l’Europa opera e investe congiuntamente (anche in tema di energia), oppure vengono a mancare quelle sinergie che possono fare la differenza. L’energia è alla base della crescita economica: se l’Europa continua a dipendere dagli approvvigionamenti, e continua a mantenere in rosso la propria bilancia energetica, dipenderà sempre di più dalle scelte del resto del mondo ed avrà minor possibilità di guidare il proprio stesso futuro.

Ecco perché politica ed energia dovranno allinearsi sempre di più, soprattutto nel contesto di una grande rivoluzione in atto: ci sono da disegnare oggi le basi strategiche su cui l’intero continente costruirà il proprio ruolo internazionale per i prossimi secoli.

E l’ambiente?

Gian Luca Galletti, ministro per l’ambiente, commenta il World Energy Outlook 2017 sottolineando come siamo di fronte ad un cambiamento strutturale molto forte: l’industria e l’ambiente hanno iniziato ad andare a braccetto e questo perché «sempre di più l’ambiente è diventato driver economico» e un ministero sempre visto “di divieto” è oggi diventato un ministero “di sviluppo”.

Dopo anni passati a frenare e urlare alle colpe dell’impresa (periodo meritevole, poiché ha consentito di imporre il problema), si è passati ora ad una fase di analisi, progetto e strategia. Una volta identificati i problemi, insomma, è venuto il momento di iniziare a sviluppare le soluzioni. L’Italia, secondo Calenda, gran parte degli obiettivi imposti a livello europeo saranno facilmente raggiunti dall’Italia perché molto è già stato fatto: mancano ancora molti passaggi a livello di sostenibilità, ma la strada è segnata.

Anche Calenda chiede però velocità e semplificazione: per “mettere a terra” le strategie delineate dalle politiche ambientali occorre avere procedure più snelle e maggior capacità di risposta all’impresa, poiché solo abbattendo tempi e resistenze sarà possibile continuare a far camminare a braccetto gli obiettivi dell’ecologia e quelli dell’industria.