Coronavirus, la Cina lancia il primo passaporto vaccinale

Disponibile su WeChat, il primo certificato al mondo che prova l’immunizzazione del possessore servirà al libero accesso a luoghi pubblici e commerciali.

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Mentre in Europa e in Italia si discute (giustamente) sull’opportunità o meno di rendere “pubblica” l’informazione sullo stato personale di vaccinazione anti-Covid-19 come condizione per l’accesso a determinati locali o per la fruizione di alcuni servizi come aeroporti, hotel e palestre, in Cina viene lanciato il primo passaporto vaccinale. Si tratta di un certificato, disponibile sia in formato digitale che cartaceo, che mostra lo status vaccinale di un soggetto, con tutti i risultati dei test a cui si è sottoposto, richiedibile attraverso la piattaforma social WeChat.

Secondo quanto riferito da un portavoce del ministero degli Esteri cinese tramite l’agenzia statale Xinhua, il programma, disponibile per i cittadini cinesi e non obbligatorio, si è reso necessario per aiutare a promuovere la ripresa economica mondiale e facilitare i viaggi oltre frontiera. Il Paese asiatico è dunque il primo al mondo a varare e ad applicare questo sistema, dopo che in nazioni dove la campagna vaccinale prosegue a buon ritmo, come gli Stati Uniti e Israele, sono in corso degli esperimenti da questo punto di vista.

Pass vaccinale, giusto o sbagliato? Il dibattito

In Italia, il Garante della Privacy ritiene che il trattamento dei dati relativi allo stato vaccinale dei cittadini a fini di accesso a determinati locali o di fruizione di determinati servizi, debba essere oggetto di una norma di legge nazionale, in quanto, come scritto in una nota disponibile sul suo sito ufficiale, “è argomento assai delicato”.

I dati relativi allo stato vaccinale sono particolarmente delicati e un loro trattamento non corretto può determinare conseguenze gravissime per la vita e i diritti fondamentali delle persone: conseguenze che, nel caso di specie, possono tradursi in discriminazioni, violazioni e compressioni illegittime di libertà costituzionali”.

Il Garante ritiene quindi che il trattamento di questa tipologia di informazioni riservate debba essere oggetto di una norma di legge nazionale, conforme ai principi in materia di protezione dei dati personali (in particolare, quelli di proporzionalità, limitazione delle finalità e di minimizzazione degli stessi), in modo da realizzare un equo bilanciamento tra l’interesse pubblico che si intende perseguire e l’interesse individuale alla riservatezza.

In assenza di tale eventuale base giuridica normativa – sulla cui compatibilità con i principi stabiliti dal Regolamento Ue il Garante si riserva di pronunciarsi – l’utilizzo in qualsiasi forma, da parte di soggetti pubblici e di soggetti privati fornitori di servizi destinati al pubblico, di app e pass destinati a distinguere i cittadini vaccinati dai cittadini non vaccinati è da considerarsi illegittimo.

Anche in Europa è iniziata da tempo la discussione di una proposta comune sull’implementazione di green pass, che dovrà essere presa entro marzo ma che dovrà tenere conto proprio di quegli aspetti evidenziati sia dal Garante italiano, che dal gruppo di medici e giuristi che hanno pubblicato un articolo sul Canadian Medical Association Journal, ovverosia accesso alla tecnologia, adesione a standard internazionali e digitali sicuri, ma senza discriminazioni per accesso a vaccini e servizi, e salvaguardia della privacy.

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