Libertà di spiare, anche su Internet

L'indagine che ha portato allo smantellamento delle nuove BR ha aperto nuovi dubbi sul rapporto tra legislazione sulla privacy e necessità investigative. Fino a che punto è consentito allo Stato violare la sfera personale di ciascuno in nome della sicurezza? Il caso del Patriot Act americano.
Libertà di spiare, anche su Internet
L'indagine che ha portato allo smantellamento delle nuove BR ha aperto nuovi dubbi sul rapporto tra legislazione sulla privacy e necessità investigative. Fino a che punto è consentito allo Stato violare la sfera personale di ciascuno in nome della sicurezza? Il caso del Patriot Act americano.

Intercettazioni sofisticatissime, decrittazione di dati, analisi minuziose
di log e tabulati telefonici. L’inchiesta che ha smantellato le nuove Brigate
Rosse ha visto un impiego notevolissimo della tecnologia informatica. Il PM
della Procura di Roma Pietro Saviotti, titolare dell’indagine
insieme al collega Franco Ionta, ne ha parlato in un’intervista rilasciata all’Espresso
nei giorni successivi al blitz. Le sue parole aprono il campo ad una serie di
riflessioni cruciali sul tema della privacy e delle libertà
civili
.

Domanda dell’intervistatore: “Cellulari. Tecnologie. La clandestinità
delle nuove BR si direbbe che non si pratica più nei covi, quanto nell’informatica”.
Risposta di Saviotti: “E’ vero, anche se dal primo gennaio 2004 entrerà
in vigore il nuovo testo unico in materia di protezione dei dati personali.
Potrebbe creare gravi difficoltà”.

Il testo unico cui fa riferimento il magistrato è il decreto
legislativo 196/03
. La nuova normativa impone a compagnie telefoniche
e Internet provider di distruggere i dati di traffico relativi ad un utente
dopo sei mesi. Il termine può essere esteso a trenta mesi in caso di
indagini della magistratura. Come evidenzia Manlio Cammarata
in un bel pezzo di commento apparso su InterLex, nel caso in
cui il decreto fosse stato in vigore “non sarebbe stato possibile giungere
alla ricostruzione dei fatti e alla cattura dei presunti responsabili”.

Il quadro dovrebbe risultare chiaro. Da una parte l’esigenza dello Stato di
tutelare la sicurezza e assicurare alla giustizia i responsabili di crimini
gravissimi, dall’altra il sacrosanto diritto alla privacy sancito ormai in decine
di testi legislativi. Nel mezzo una realtà tecnologica sempre più
sofisticata e difficile da controllare, che se ci schiude orizzonti sconfinati
e prima impensati, rischia anche di spalancare le porte della nostra sfera privata.
Le considerazioni di Cammarata ci paiono estremamente equilibrate: “Non
è difficile accettare qualche limitazione alla propria riservatezza,
se essa si traduce realmente in una maggiore tranquillità.
Ma il problema è che spesso non sappiamo chi raccoglie queste informazioni,
per quanto tempo le conserva, chi può accedervi. E’ necessaria una maggiore
trasparenza, occorrono garanzie che oggi non ci sono o appaiono insufficienti”.
E più avanti: “Dall’uso delle reti pubbliche di telecomunicazioni
al transito nelle strade o in altri luoghi aperti a tutti, si può avere
la consapevolezza dei controlli e accettarli in funzione della sicurezza collettiva,
purché con adeguate garanzie”.

Che si tratti di un tema scottante, possiamo verificarlo volgendo lo sguardo
oltre oceano, agli Stati Uniti impegnati nella guerra al terrorismo e ancora
alle prese con le paure del dopo 11 settembre. La differenza profonda sta nel
livello di attenzione e nell’attivismo democratico che anima diversi settori
dell’opinione pubblica. L’oggetto di proteste e infinite discussioni si chiama
Patriot Act.

Con questo nome altisonante si designa la corposa legge firmata dal presidente
Bush il 26 ottobre del 2001. In nome della guerra al terrorismo, il provvedimento
allarga enormemente la sfera di influenza e i poteri della polizia e delle agenzie
di intelligence. Il controllo su Internet è uno dei punti che ha suscitato
le maggiori critiche. La Electronic Frontier Foundation (EFF)
ha preso immediatamente posizione, pubblicando sul suo sito un voluminoso dossier
costantemente aggiornato.

Be careful what you read on the Internet. Così inizia
uno dei paragrafi del documento. Secondo la EFF, gli organi investigativi del
governo potrebbero monitorare le attività online di migliaia di cittadini
semplicemente perché ‘sospettati’ di attività legate al terrorismo.
Il controllo si estende anche agli ISP, obbligati a fornire dati sensibili sui
collegamenti, sulla loro durata, persino su numeri di carta di credito, senza
alcuna autorizzazione da parte di un giudice (come dovrebbe accadere in tempi
‘normali’).

Nei giorni scorsi, poi, il Congresso ha approvato un nuovo provvedimento, mirato
questa volta a concedere più ampi poteri di indagine in ambito finanziario.
In un mondo in cui le transazioni economiche avvengono sempre più online,
è evidente la rilevanza per la Rete di simili provvedimenti. Chi ci garantisce
che le aste su e-Bay, per dirne una, non vengano spiate? Sotto il fuoco delle
proteste, il Dipartimento di Giustizia ha creato un sito per difendere la linea
del governo e la ratio del Patriot Act. Il titolo non lascia spazio a fraintendimenti
sull’impostazione che lo connota: Preserving Life and Liberty.

La ‘cultura dell’emergenza’, che tanti mostri giuridici ha generato, sembra
insomma aver messo salde radici dentro la Rete. E una cosa sembra ormai certa:
la battaglia per l’affermazione della sicurezza coniugata alla libertà
si combatterà anche tra i bit del mondo digitale.

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