QR code per la pagina originale

Bufera sul Premio Leonardo

Le scelte del premio speciale startup hanno lasciato di stucco: realtà vecchie di anni e molto ricche. Alessandro Fusacchia spiega i criteri.

,

Un premio alle startup che sembra piuttosto un premio alla carriera. Sul Premio Leonardo speciale Startup è scoppiata una bufera dopo la rivelazione delle dieci finaliste: nessuna di queste rientrerebbe, oggi, nei criteri stabiliti dalla legge 221 – ex decreto 2.0 del governo Monti – perché troppo consolidate, molto ricche, proiettate a uno sviluppo industriale maturo. Come definire allora questo premio alle startup nel quale i premiati sono ex startup? Ci ha provato, dopo una pioggia di critiche, Alessandro Fusacchia.

Fusacchia, uomo di Passera per Restart Italia al ministero dello Sviluppo Economico, ha cercato su Twitter di rispondere ai molti che chiedevano spiegazioni. Era di fatto impossibile, in spazi tanto brevi, riassumere le linee guida del premio che verrà consegnato in febbraio al Quirinale dal Presidente Giorgio Napolitano. Una serie di contestazioni che si possono riassumere così: una startup è uno studente promettente, non un adulto ben piantato.

La differenza tra normativa attuale sulle startup e spirito del Comitato ha a che vedere con la storia di questo riconoscimento, tradizionalmente legato ai successi delle imprese italiane, alla loro internazionalizzazione. Non un pitch qualunque, insomma, ma anche nel caso delle startup, realtà consolidate e dal fatturato importante. Una spiegazione che Fusacchia ha lasciato in un post sul blog CheFuturo:

Il premio Leonardo non è un premio di incoraggiamento. È, sostanzialmente, un premio alla carriera. Ma allora come assegnarlo ad un’azienda nata da poco, che non si è necessariamente affermata nel corso dei decenni? Per superare questo paradosso ed essere sicuri di premiare realtà consolidate, di successo comprovato – come nel caso di tutte le aziende premiate dal Comitato Leonardo -, abbiamo deciso di essere flessibili rispetto ad alcuni dei criteri non “ontologici” delle startup innovative, come quello anagrafico (ma vale anche per il fatturato), che sono stati invece utilizzati per perimetrare le aziende beneficiarie delle misure di agevolazione previste nel decreto. E abbiamo puntato sui criteri più legati all’innovazione e strettamente identificativi delle startup.

In pratica, Fusacchia ha ammesso che individuando i criteri da fornire alle associazioni deputate a nominare le dieci finaliste, il comitato del premio ha allargato di molto i parametri. Coinvolgendo incubatori, investor, associazioni in prima linea sul fronte startup, si credeva che sulla rosa dei nomi non ci sarebbero state polemiche, invece quel nome “startup” ha generato equivoci:

Abbiamo pensato a un premio alla carriera per far conoscere peso e importanza del lavoro di queste aziende in un settore che, fino a 10 mesi fa, pochi in Italia conoscevano. Perché se per incoraggiare le startup servono norme strutturate ci vogliono anche azioni simboliche come queste.

Forse, il problema sta proprio in questo aggettivo, simboliche. Una tentazione che sembra molto diffusa nell’habitat italiano delle startup in questa fase. Con tutti i rischi del caso.

Fonte: Corriere della Sera • Notizie su: