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Digital Champions: uno, nessuno, ottomila

La rete di autocandidature a sostegno del digital champion riceve molte critiche: con quali criteri Riccardo Luna li sceglierà? E saranno utili?

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Una rete di mini digital champion, uno per ogni comune, che riferiscano al digital champion nominato da palazzo Chigi del loro impegno per assistere e difendere i cittadini alle prese con la digitalizzazione della pubblica amministrazione e diffondere la cultura digitale. Questa l’idea di Riccardo Luna, che il prossimo 20 novembre presenterà il progetto collegato al suo sito. Tutto molto bello? Non proprio, perché l’idea di nomine su base di autocandidadure è debole dal punto di vista istituzionale, mentre è arduo comprendere a cosa servano più di 8000 digital champion, realmente, in questo paese.

La notizia, data dall’Ansa, non ha certo stupito chi aveva già conosciuto il progetto di Luna e il suo digitalchampions.it. Un modello che ritrae alla perfezione lo stile del noto promotore di digitale in Italia, molto inclusivo, molto storytelling (e non è affatto un male), ma passibile di qualche critica dal punto di vista dell’opportunità, per la difficoltà di separare l’utilità pragmatica di un’idea con la sua personificazione e personalizzazione. Questa volta, però, le critiche sono state mosse sulla pagina Facebook di Agenda Digitale Italiana, composta di 1091 membri tra giornalisti, esperti di tecnologia, e gli stessi componenti dell’Agid. A scagliare il sasso nello stagno uno al di sopra di ogni sospetto (perché il web è anche pieno di personaggi che criticano con uno scopo non sempre nobile) come Michele Vianello, massimo esperto di smart city, che ha invitato Luna a cambiare senso di marcia:

Il mondo web si fonda sulla condivisione e sulla partecipazione. Un digital champion, soprattutto se dovrà agire in un territorio, sarà espressione di quel territorio. Cosa ne sa Luna di Crema, di Caltanisetta, o di Venezia? Non regge l’idea che ci si poteva autocandidare via sito. L’autocandidatura è un principio oggettivo e affidabile? Un suggerimento a Riccardo se volesse ascoltare, per evitare che un’ottima iniziativa si trasformi in propaganda facendo del male al web e alla causa del digitale: siano i territori via web ad eleggere i loro digital champion legittimandoli.

In difesa della scelta di Luna sono accorsi coloro che sostengono di aver partecipato all’idea e ovviamente anche coloro che sono stati nominati, al momento, da Luna stesso. Paolo Colli Franzone, ad esempio, sottolinea come le scelte dei nomi, metodo o meno, siano ottime e che spesso i territori non scelgono o scelgono male:

I champions nominati dal territorio non so perché ma mi suona di lottizzazione. C’è una piattaforma di autocandidatura, e Riccardo col suo team valuta i profili.

Un sito personale, un ruolo ufficiale

Il problema, però, è più raffinato e piuttosto delicato, riguarda la relazione tra il ruolo di Digital Champion e la possibilità di servirsi di questo ruolo per un servizio che, nominalmente, è solo personale. Il sito, infatti, non è in alcun modo un sito istituzionale; Riccardo Luna da questo punto di vista ha un disclaimer che spiega tutto, ma le persone nominate tra quelle che avranno presentato la loro candidatura avrebbero – formalmente – una capacità di intervento in un ambito ufficiale, quello delle amministrazioni pubbliche. E qui sta l’inghippo. Da un lato, una visione un po’ elitaria di chi fa innovazione, dall’altro un range amplissimo nel quale può rientrare chiunque e che concorre a creare un presupposto sbagliato. Ecco ad esempio le caratteristiche del digital champion di Luna:

  • «Dovranno essere una sorta di help desk per gli amministratori pubblici sui temi del digitale»;
  • «Dovranno muoversi come difensori del cittadino in caso di assenza di banda larga, wifi ed altri diritti negati»;
  • «Dovranno promuovere, anche con il ricorso al crowdfunding, progetti di alfabetizzazione digitale, dai bambini ai nonni».

Dunque, questi help-desk sono nominati personalmente da Luna con un servizio proprio, a nome suo, sfruttando l’attrattività del Digital Champion, ma al contempo senza pretendere di selezionare un personale qualificato e formato per intervenire concretamente sul terreno della digitalizzazione. Ci vorrebbe ben altro per selezionare questo genere di persone. Il digital champion locale non potrebbe a nessun titolo pretendere di spiegare a un sindaco come fare digitalizzazione, o meglio: dovrebbe aspettarsi ogni genere di risposta ed eventualmente girare i tacchi. Inoltre, è anche un obiettivo per cui è necessaria molta preparazione. Dunque di che si sta parlando e con quale titolo?

Il sito di Riccardo Luna, digitalchampions.it. Tramite questa piattaforma di storie di successo, Luna intende selezionare i rappresentanti di una rete di supporto. L'idea ha ricevuto sia critiche che applausi.

Il sito di Riccardo Luna, digitalchampions.it. Tramite questa piattaforma di storie di successo, Luna intende selezionare i rappresentanti di una rete di supporto. L’idea ha ricevuto sia critiche che applausi.

Luna come Caio: manca il decreto

Anche questo è un tema, perché – esattamente come accaduto con Francesco Caio – non c’è traccia di un decreto di nomina di Luna come Digital Champion. Qui siamo alle solite, tra nomine più o meno vaghe di palazzo Chigi quando si tratta di digitale, l’idea del compito svolto gratuitamente, e si finisce per non appoggiare le nomine su pezze che abbiano anche una struttura tale da resistere all’autoconservazione e alle resistenze di ciò che non vuole farsi digitalizzare. Insomma, un Digital Champion senza particolari poteri, nomina personalmente ottomila individui diversamente preparati per un compito che molto probabilmente non verrà riconosciuto nell’ambiente dove penseranno di operare. Piuttosto aleatorio.

Maurizio Cassi, sempre sul thread lanciato da Michele Vianello, dà una interpretazione politica a queste nomine e suggerisce qualche cambiamento per evitare confusione:

Non è così raro che una figura ufficiale cavalchi il proprio ruolo circondandosi di persone in grado di comunicare in suo nome o trarre vantaggi da possibili endorsement. I politici di un tempo aprivano all’uopo centri studi, fondazioni, associazioni e osservatori. Quindi oltre al tema del nominato si o no, c’è anche il tema della denominazione dell’iniziativa.
Se Luna avvia questa esperienza dovrebbe chiamarla (per esempio) Luna-Digital-Champions, dove si capisce al volo che è una iniziativa privata. Se si avvierà secondo i suggerimenti di Michele Vianello, potremmo chiamarla per esempio open-d-c o wiki-d-c in modo da far comprendere a tutti che non è ufficiale. Aggiungere una S finale e un Term and Conditions al sito è poco.

Come uscirne

Come uscire da questo inghippo? Partire, ad esempio, da un fatto acclarato, anche nella silicon valley: la digitalizzazione passa da forti policy centrali, su fondi, e su standard. Uno slogan potrebbe essere non ottomila digital champions (con tanto di aggiornamento di Linkedin e bigliettini da visita), ma ottomila licenze di qualità nei comuni, ottomila consulenze digitali arrivate a buon esito, ottomila obiettivi dati dall’Agid raggiunti, una sola API per ottomila comuni su un dato servizio digitalizzato e trasferito. La strada è più questa dell’altra.

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