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Brexit, Google, e la figuraccia dei votanti

Google trends ha dimostrato che il picco di domande sulle conseguenze della brexit si è registrato dopo che le persone avevano votato e non prima.

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Stando alle metriche di Google, i britannici non sanno per cosa hanno votato quando hanno scelto di uscire dall’Unione Europea. Nella baraonda della Brexit già nelle prime ore ieri mattina, ha un particolare peso specifico la piccola notizia data dall’account Twitter di Google Trends, sul picco di domande a proposito della Brexit. Questa che potrebbe apparire come un’assurdità è in realtà la dimostrazione plastica ed evidente di un problema grave: la Rete non ci aiuta quando potrebbe a formarci una opinione corretta.

Se nelle ore immediatamente successive alla chiusura delle urne di un referendum epocale, decisivo per le sorti di interi popoli e progetti socioeconomici vecchi di decenni, a cui ha partecipato più dell’80% degli aventi diritto, la domanda principale che correva su Google era “conseguenze della Brexit” – giocandosela con la più forte query degli ultimi giorni, che è “cosa è l’UE?” – che si deve pensare? Come si formano le opinioni delle persone se il motore di ricerca per eccellenza registra il picco della domanda essenziale dopo il voto invece che prima?

Il Regno Unito sarà il primo Paese a lasciare l’Unione Europea nella storia della comunità e la sensazione è che nessuno abbia veramente saputo fare la differenza in termini di informazione. Il voto è stato letteralmente disaminato, quasi un’autopsia a una nazione di cui sfugge la coerenza, forse perché non ne ha più una: il voto è diviso per generazioni, con gli over 50 che hanno votato in massa per il Leave mentre i più giovani hanno votato per il Remain, ma sono andati a votare molto meno; il voto è diviso per regioni, con l’ovvia difficoltà a tenere assieme le rinnovate pulsioni indipendentiste di Scozia e nord Irlanda; il voto è diviso anche per grado di istruzione e inclusione sociale.

La democrazia indebolita e il filter bubble

Il discorso è complesso, forse una delle materie in cui si stanno sperimentando studi sociologici di nuovo genere, attenti alle metriche del web, alle influenze, alle dinamiche che formano le opinioni. La cruda statistica di Google Trends, insomma, è il fenomeno visibile, l’immagine concreta di un problema che riguarda il web e, secondo alcuni, il vizio di fondo del modo in cui sono state create le piattaforme sulle quali ormai passa gran parte della informazione: il filtro dei nostri interessi. I social network per fare guadagni devono profilare gli utenti secondo i loro interessi, così da vendere pubblicità targhetizzata, ma così facendo filtra una grande quantità di informazioni dissonanti rispetto alle convinzioni di fondo, ai pregiudizi delle persone, creando una bolla, una sorta di zona di conforto intellettuale e relazionale, nella quale è sempre più difficile incontrare persone e contenuti con un potenziale trasformativo.

Tra i vari esempi efficaci dell’effetto deleterio del cosiddetto “filter bubble”, cioè la sensazione di essere sempre nella ragione e di conoscere verità particolari escluse agli altri (derivante dalla frequentazione via via sempre più filtrata dei siti che navighiamo con le nostre preferenze, le inserzioni tagliate sui nostri gusti dai cookies, gli algoritmi dei social e molto altro) la più evidente, quasi autoevidente, è l’incredibile reputazione concessa alle tesi pseudoscientifiche – ad esempio quella sulla pericolosità dei vaccini – che danneggiano la salute pubblica.

Non incolpate Internet

Tuttavia sarebbe superficiale incolpare il web in sé: gran parte delle persone hanno sempre privilegiato i contenuti informativi coi quali sono già pregiudizialmente d’accordo (non c’è direttore editoriale che non lo sappia, anche del mondo analogico, anche della carta stampata). Allora cosa è cambiato? Alla fin fine si deve ammettere che la grande differenza è che la gente ora fa da sola. Viene lasciata da sola. E questo è come se avesse esposto il fenomeno a un’accelerazione. Prima c’erano degli esseri umani, imperfetti, parziali, arbitrari, che sovrapponevano la loro cultura di base alla selezione: erano i cosiddetti gatekeeper della informazione.

Adesso a decidere non è nessuno e di fronte ai neuroni matematici a specchio della ecosfera informativa ci ritroviamo esattamente riprodotti per quello che siamo, e non per quello che dovremmo ambire ad essere. Consumiamo informazioni che tendono a polarizzarci nelle nostre convinzioni e i peggiori tra chi ancora muove manopole in modo umano o algoritimico invece di correggere spingono ulteriormente insegnando ai lettori a diffidare quando non odiare gli altri, descrivendoli con lo stesso linguaggio degli ultrà, oppure denigrando le posizioni differenti, o semplicemente ignorandole o mettendo cose diverse su un piano equivalente.

In altri termini, la Brexit è un insegnamento enorme e clamoroso su come gli stati democratici debbano assolutamente rinnovarsi correggendo il trending con la curation, la tendenza con la cura, cioè tornando a occuparsi in modo massiccio e lungimirante della educazione ai cittadini, troppo spesso abbandonata a favore della propaganda, premiando un giornalismo e una politica di dati e non di opinioni. Altrimenti al flusso reintermediato dal web non corrisponderà più nulla in grado di fermare la semplice somma degli egoismi più miopi.

Aggiornamento 27/06: I dati di Google trends sono meno di quanto immaginato

Stando alle parole di un esperto di analisi dei dati, la correlazione tra i trend sottolineati da Google e il voto sulla Brexit è troppo debole e spuria. Pare infatti che il trend di query sul voto che è stato molto utilizzato dai principali media americani e del mondo per biasimare il livello di preparazione dell’opinione pubblica britannica sia in realtà un picco alto di un numero basso, circa un migliaio di persone nel giorno considerato. Com’è ovvio questo non significa che improvvisamente il referendum sia stato un esempio virtuoso di informazione ai cittadini, perché sono molte altre e molto concrete le dimostrazioni del contrario, ma è corretto informarne i lettori.

Resta valido il principio per cui nelle democrazie contemporanee c’è un problema di ecologia dei media, ben illustrato da un servizio dell’Economist, come ha sottolineato Luca De Biase parlando di una “Chernobyl dei media” e linkando uno studio della Media Ecology Association che proprio di questo tema si occupa.

Fonte: The Verge • Notizie su: ,
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