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Un emendamento dona i superpoteri all’AGCOM?

Un emendamento propone la possibilità per l'AGCOM di fermare contenuti online prima di una qualsivoglia verifica giudiziaria: superpoteri o un grave errore?

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Quanti giorni sono passati da quando si è reso necessario alzare i toni circa un clima pericoloso attorno ai nuovi poteri reclamati da Agcom rispetto a problematiche online come cyberbullismo, hate speech e in generale le nuovo buzzword social. Nove giorni. In appena nove giorni è già arrivata una conferma da dove ormai bisogna aspettarsi il peggio: gli emendamenti balneari nelle commissioni. Un piccolo testo proposto dal parlamentare del PD Davide Baruffi, e approvato, è stato inserito ieri in alcune disposizioni sugli adempimenti europei. E si tratta di un emendamento che regala i superpoteri all’autorità delle comunicazioni.

Lo si era intuito dopo l’intervento del presidente Cardani in occasione del rapporto annuale dell’autorità garante. Nonostante le piccate smentite dell’Agcom stessa, ora c’è una piccola prova di questa nuova ispirazione: l’emendamento 10.22 all’articolo 1 della proposta di legge di adempimento, approvato ieri, che in poche righe aggiunge possibilità inedite in materia di rispetto della protezione intellettuale rispetto alle piattaforme di comunicazione online.

Le tre caratteristiche peculiari di questo emendamento, approvato in sordina con un piccolo blitz estivo degno del grigio intervento dell’anno scorso sul cyberbullismo (che costò mesi di lavoro in più per tornare a un testo decente), sono incredibilmente aggressive nell’habitat delle piattaforme: si delinea la via cautelare e non giudiziaria rispetto a qualsivoglia ritenuta violazione; si stimola l’autorità a dotarsi di un regolamento proprio; e infine si concede all’Agcom pure la valutazione di misure restrittive dopo l’accertazione del danno, in pratica istituendo un piccolo tribunale.

emendamento agcom 17

L’avvocato Fulvio Sarzana, che proprio subito dopo il rapporto annuale aveva previsto questo tipo di intervento, ha tuonato contro questa proposta ritenuta sbagliata e pericolosa, ma soprattutto ambigua:

La norma si applica a tutte le piattaforme elettroniche, quindi anche a Facebook, Youtube, Instagram, Twitter fino a blog e forum. Il pretesto è il diritto d’autore che, come è noto, in Italia prevede che pubblicare anche pochissimi frammenti di una conversazione, di un articolo di giornale, o semplicemente di una conversazione critica sui social media, possa essere considerato una violazione e comportare la chiusura del sito. Tutto questo senza che, secondo l’emendamento approvato, la cosa venga mai sottoposta al controllo di un giudice.

Le reazioni

Previdibili e comprensibili le reazioni delle associazioni degli Internet Provider, che conoscono bene questo stile: eliminare subito ciò che si considera rischio, che poi con calma si recupera, e concedere una forte discrezionalità all’autorità, togliendosi di torno le lungaggini. L’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) è durissima:

L’emendamento istituisce un giudizio sommario, in violazione del principio del contraddittorio e affida a un numero limitatissimo di persone fisiche (i funzionari dell’Autorità) un potere discrezionale che nemmeno un magistrato possiede. Con una ulteriore proposta – identica per spirito e contenuti a quella precedente e dunque diretta a usurpare il potere della Magistratura – si vuole modificare l’applicazione della direttiva sul commercio elettronico, dando sempre all’Autorità delle Comunicazioni il potere di imporre agli Internet Provider l’adozione di misure tecniche necessarie per prevenire in maniera permanente la riproposizione dei contenuti illeciti. Il che vuol dire, dal punto di vista tecnico, monitorare, intercettare e bloccare l’attività degli utenti, mettendo in piedi una gigantesca censura di Stato.

Si tratta davvero di un fatto così grave? Siamo alle solite: nelle stesse ore in cui YouTube propone la contronarrazione come contrappeso, in Italia va sempre forte la semplicità come cura della complessità. Che non si vuole proprio capire, né affrontare. E così, ogni tanto, qualche deputato o senatore cerca di infilare in un qualunque testo a disposizione lo stesso principio contro il quale lottiamo da anni: che la Rete sia colpevole dei problemi che in essa osserviamo, e che una emergenza di qualche tipo giustifichi un intervento veloce, pre-giudiziario, perché in fondo tutti questi discorsi sul free-speech sono roba per intellettuali che non capiscono il concreto delle paure della gente.

Un sottile tentativo?

La sensazione è che l’emendamento rifletta un nuovo principio che si sta affacciando sul dibattito pubblico, partendo anzitutto da casi come quelli della lotta ai video dell’ISIS pubblicati su YouTube. Non più tardi di pochi giorni fa suonavano le prime campanelle d’allarme: perché non cercare una manovra immediata per disinnescare fiammate di propaganda, lasciando quindi ai controlli successivi ed ai ricorsi la possibilità di ripristinare un contenuto? Come a dire: perché non introdurre un cartellino rosso a tempo, a disposizione di un ente autonomo in grado di operare in stato di emergenza, consentendo ad un giudice di ripristinare un contenuto una volta verificato e vidimato?

Un tentativo sottile per una sottile tentazione. Questo sembra ispirare quanto scritto tra le righe dell’emendamento 10.22. Servirà sicuramente una analisi più approfondita, ma di fronte all’approvazione del testo è necessario suonare il solito campanello di allarme: si tratta o non si tratta di un testo che crea eccessiva discrezionalità, mettendo la stessa nelle mani di una entità in grado di operare al di fuori, ed in anticipo, rispetto al normale passaggio giudiziario?

La prudenza è necessaria poiché il testo ha un potenziale inevitabilmente pericoloso. Perché quando anche l’opinione pubblica informata, l’Unione Europea e i contrappesi democratici riescono a impedire l’approvazione di certe mostruosità, c’è sempre qualcuno che ci prova in un fine settimana di luglio.

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