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Brevetti software: tutto da rifare

Il Consiglio dell'Unione rivede in senso peggiorativo la proposta di direttiva sulla brevettabilità del software approvata a settembre dal Parlamento Europeo. Ma la battaglia non è finita.

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Ribaltone riuscito. Sull’annosa questione della brevettabilità del software, il Consiglio dei Ministri dell’UE ha alla fine rivisto in senso peggiorativo la proposta di direttiva approvata dall’Europarlamento nel settembre scorso. La battaglia non è comunque definitivamente persa. Le organizzazioni e le forze politiche che si battono da mesi su questo fronte cruciale per la libertà e l’innovazione tecnologica, sono già pronte a tornare alla carica. L’appuntamento, presumibilmente, è per l’autunno prossimo, quando a dover esprimersi sarà di nuovo l’assemblea di Strasburgo. Un ping-pong che a molti potrà risultare oscuro e su cui è opportuno spendere qualche parola.

Il voto del 18 maggio è il terzo passo di un procedimento legislativo iniziato nel 2002. Il 20 febbraio di quell’anno, la Commissione Europea ha proposto una direttiva sulla brevettabilità del software tendente, in sostanza, ad armonizzare la normativa europea con quella americana. Negli Stati Uniti, infatti, è da tempo vigente una prassi che consente di brevettare il ‘software puro’, le procedure di business e i metodi correlati. In pratica, è possibile dire che con questo tipo di approccio sono brevettabili le idee, anche le più banali, e non solo le applicazioni pratiche, concrete, che da queste possono scaturire.

In Europa, invece, tutto ciò è esplicitamente vietato. Almeno sulla carta. Nella pratica, infatti, come è ben chiarito in questo prezioso documento curato da Alessandro Rubini, l’Ufficio Brevetti Europeo ha provveduto negli ultimi anni a garantire oltre 30.000 brevetti riconducibili all’area del software. Questo grazie al fatto che, in mancanza di una legislazione ad hoc, l’Ufficio stesso ha potuto muoversi come arbitro e dominus, scavalcando tranquillamente le norme vigenti, ma trovando comunque un ostacolo nelle legislazioni nazionali.

La proposta di direttiva della Commissione ha subito suscitato forti reazioni in ambiti diversi. La tesi principale che accomuna le posizioni di tutti gli oppositori è che l’estensione indiscriminata dei brevetti sul software, mina alla base l’innovazione tencologica e industriale nel settore informatico, costituendo una minaccia soprattutto per le realtà imprenditoriali medio-piccole e per il software libero. Sviluppare una nuova applicazione in un contesto dominato dal ‘tutto brevettato’ può effettivamente trasformarsi in un incubo, popolato di avvocati, ricorsi, royalties da pagare: chi mi dice che usando quella procedura, quella routine, non stia violando qualche licenza?

Il 24 settembre del 2003 la proposta della Commissione ha affrontato il primo esame, quello del Parlamento Europeo. Il risultato è stato salutato come un successo dai sostenitori della non brevettabilità. Gli emendamenti accolti, infatti, riaffermavano i capisaldi dell’impostazione europea in materia: il software in quanto tale non è brevettabile e va garantita l’interoperabilità tra i formati.

Ma il cammino delle leggi nelle istituzioni europee si fonda sul meccanismo della codecisione. La Commissione propone, il Parlamento e il Consiglio dell’Unione devono entrambi esprimersi, per due volte, sulla proposta. Come è accaduto ieri, può capitare che il Consiglio riveda o respinga le posizioni dell’assemblea. Ora, come accennato, la palla torna al Parlamento. Se i deputati riterranno di dover confermare il voto di settembre, sarà nuovamente il Consiglio a dover dire la sua. In caso di mancato accordo, si tenterà di giungere ad un compromesso nell’ambito di un comitato di conciliazione formato da rappresentanti di entrambi gli organi. In assenza di un accordo è il Parlamento che potrà pronunciare il no (o il sì) definitivo.

I due organi legislativi dell’Unione sono dunque destinati ad essere ancora una volta il teatro d’azione delle lobby contrapposte. Il voto del Consiglio del 18 maggio è stato visto come una vittoria di quelle legate alle grandi aziende e a certi apparati burocratici dell’Unione (Ufficio Brevetti in primis). Il governo italiano si è attestato sull’astensione, insieme a Danimarca, Belgio e Austria, mentre l’unico no è venuto dalla Spagna. Favorevoli tutti gli altri. Nei giorni che hanno preceduto il voto, il ministro per l’Innovazione Tecnologica, Lucio Stanca, aveva espresso forti perplessità sulla posizione promossa dal governo irlandese, favorevole alla revisione del voto di Strasburgo. Commentando la decisione del Consiglio, Stanca ha afferamato che “più si consente il ricorso al brevetto nel software e più si limita il suo sviluppo”. La speranza sua e di tutti quelli che credono nella libertà di innovazione è che i successivi passaggi possano riportare la questione ai termini sanciti dal voto dello scorso settembre.