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Click fraud, una piaga che non guarisce

Una approfondita indagine di BusinessWeek pone l'accento sui problemi mai risolti del click fraud. Il fenomeno sarebbe sempre grave ed in continua crescita, il che rischia di compromettere pesantemente il futuro del settore. I motori non fanno abbastanza

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L’attacco arriva dal BusinessWeek a firma di Brian Grow e Ben Elgin: “The dark side of online advertising” punta i riflettori sul mondo della pubblicità online e ripropone il dubbio secondo cui il mercato sarebbe pesantemente deviato da forme illegali di click. Come in ogni manifestazione illegale c’è chi si giova di tale fenomeno e chi ne subisce pesantemente gli effetti: il tutto è stato analizzato in una indagine sul campo che ha tentato di portare in luce alcuni oscuri meccanismi su cui basa la propria attività il fortunato mondo dei motori di ricerca.

L’indagine inizia con la storia di MostChoice, azienda che vive sulla gestione delle promozioni online dei propri clienti. Una serie di click bizzarri ha spinto il gruppo ad approfondire il proprio mercato per scoprire che i click bizzarri sembravano giungere, invece che da Google o Yahoo, in verità da siti sconosciuti. Tali siti non producono contenuti particolari, ma si limitano ad una riproposizione degli “AdSense” in quanto con una serie di click possono raccogliere denaro dal servizio promozionale messo a disposizione dai motori. Il danno è stato stimato in oltre 100.000 dollari dal 2003 a questa parte. Il caso si è chiuso con una ammissione da parte di Google ed un rimborso per alcuni click di non chiara origine.

Il sospetto lanciato da BusinessWeek è quello solito e mai sopito: i motori di ricerca, traendo lucro dalle pubblicità e trovando vantaggio nei click, potrebbero in qualche modo tollerare il problema non adoperandosi a dovere per combattere un fenomeno che, pur se distorto e dannoso, è in grado comunque di gonfiare i numeri delle attività del servizio con ovvie ricadute sul bilancio pur a danno della qualità del servizio. Il sospetto è di per sè molto pesante e dai motori di ricerca non può che giungere una ovvia presa di distanze. Ma l’articolo va oltre, spiegando che ci sarebbero addirittura persone pagate allo scopo di operare click sulle promozioni, il tutto a patto di non cadere nelle maglie dei filtri che bloccano i pagamenti ed il tutto con un salario che può arrivare a «svariate migliaia di dollari mensili».

L’analisi continua con altre case history e ricordando una quantificazione di origine accademica che vede nel mercato delle promozioni una fetta del 10-15% dalle origini fraudolente. Il testo dell’articolo è lungo e circostanziato ed ha evidentemente lo scopo di mettere il dito nella piaga per risollevare un problema mai risolto. La conclusione guarda al futuro del settore ponendo un interrogativo: se questi grandi dubbi non riusciranno ad essere fugati, i grandi investitori potranno mai spostare in rete i propri capitali con fiducia ed in adeguata quantità? Il click fraud può dunque essere un autentico collo di bottiglia per il futuro del settore e per i motori occorre ulteriormente investire per porre un freno ad un fenomeno che rischia di compromettere pesantemente le uova d’oro delle promozioni online.