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La Cina censura YouTube e nasconde il Tibet

Le istituzioni cinesi considerano particolarmente pericolosi alcuni video portati online da utenti che testimoniano le violenze che stanno avvenendo in Tibet. Per questo motivo YouTube è stato bloccato ed i siti rivali autoctoni risultano ripuliti

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In Tibet la situazione sembra essere precipitata nel weekend. I protestanti si sono ancora una volta riversati pacificamente in strada, ma la risposta ricevuta dalle autorità è sembrata essere tutt’altro che pacifica ed il bilancio (tanto provvisorio quanto poco attendibile) si limita a segnalare “decine” di morti. In emergenza, il Governo centrale ha così deciso di chiudere i rubinetti ad alcune fonti di potenziale pericolo per l’opinione pubblica. YouTube è una delle prime vittime sacrificali.

Nelle ultime ore si sono moltiplicati i video che, raccolti per le strade di Lhasa, hanno fatto capolino sul web. Tali video, però, testimoniano una realtà completamente diversa da quella che le istituzioni cinesi vogliono far passare nei media in uso dentro le mura. Le televisioni del paese, infatti, stanno mostrando solo l’altro lato della medaglia per far passare un messaggio di violenza di cui vari cittadini cinesi sarebbero stati vittime. Ed è a questo proposito che entra in gioco la famigerata macchina da guerra della censura cinese.

YouTube è il punto di riferimento principale al mondo per la raccolta di video. Una volta verificato l’upload di materiale documentante le violenze di Lhasa, l’organismo che monitora il web in Cina ha deciso di fermare l’accesso ai server YouTube così da raffreddare l’opinione pubblica in un momento tanto cruciale. La Cina, infatti, solo nei giorni scorsi è stata identificata come il paese più rappresentato sul web grazie ai suoi 210 milioni di utenti. Allo stesso tempo, ancora la Cina tra pochi mesi avrà addosso i riflettori di tutto il mondo quando dall’8 agosto in poi ospiterà l’edizione 2008 dei Giochi Olimpici.

Ed ora già c’è chi parla di possibile boicottaggio: le violenze in Tibet prima ed il tentativo un po’ grossolano di nasconderne le prove ai propri cittadini poi, sembrano favorire la causa di quanti intendono sfruttare le Olimpiadi per mettere le istituzioni cinesi in difficoltà nelle proprie politiche repressive e censorie. 56.com, youku.com e tudou.com, i maggiori siti di video-sharing esistenti in Cina, ad oggi non riportano traccia alcuna di testimonianze sulle violenze di questi giorni. Per quanti nel paese orientale vogliano esprimere la propria opinione su quanto sta succedendo, sarà ora probabilmente particolarmente utile la guida pubblicata da Reporters Sans Frontières per aggirare le maglie dei controlli centrali.