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Il pinguino da 10 miliardi di dollari

I costi di sviluppo di un sistema Gnu/Linux superano i dieci miliardi di dollari. A dirlo è la Linux Foundation in una ricerca che offre un metro di paragone per capire la reale entità degli sforzi che stanno dietro una comune distribuzione

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Servono undici cifre per scrivere l’attuale valore di una distribuzione Linux. Secondo uno studio presentato dalla Linux Foundation occorrono ben 10,8 miliardi di dollari per sviluppare da zero un sistema operativo Gnu/Linux. E non è tutto: occorrerebbero anche 25 anni e 60’000 anni/uomo per arrivare a Fedora 9, la distribuzione presa a modello dalla ricerca.

Lo studio è partito dal numero di righe di codice che compongono tutti i software inclusi nel sistema e valutandone poi i costi di sviluppo sulla base del modello Cocomo, creato dalla Nasa. La scelta del modello da analizzare è ricaduta su Fedora 9, la distribuzione libera e gratuita sponsorizzata da Red Hat, al fine di avere un sistema composto esclusivamente da software libero e open source (Ubuntu, ad esempio, include alcuni software proprietari o coperti da brevetti). Inoltre la ricerca presentata è una naturale evoluzione di un precedente studio del 2002, realizzato a cura di David Wheeler, che aveva effettuato gli stessi calcoli ma sul sistema Red Hat 7.1, allora una delle distribuzioni più popolari.

Oltre alla cifra in sé, colpisce anche l’incremento di valore che c’è stato dal 2002 ad oggi. Secondo lo studio precedente il valore di un sistema Linux era di circa 1,2 miliardi di dollari. I 10,8 miliardi della nuova ricerca mostrano un incremento dell’800% in sei anni. Il kernel da solo è valutato quasi 1,4 miliardi di dollari, una cifra che potrebbe salire facilmente se invece della versione inclusa in Fedora 9, che conta 6,8 milioni di righe, si prendesse a modello quella in fase di sviluppo che di righe ne conta già più di 10 milioni.

I risultati presentati vanno comunque presi con le dovute cautele. Ad esempio i calcoli sono stati effettuati partendo dalla media dei salari 2008 negli Stati Uniti, mentre molte parti del software analizzato sono state sviluppate fuori dai confini americani. Inoltre non si tiene conto di eventuali porzioni di codice, o interi programmi, scartati perché obsoleti o perché sostituiti da equivalenti migliori. Inoltre i numeri oscillano fortemente se si considerano altre distribuzioni e non viene misurata la qualità, ma solo la quantità del codice.

Lo studio ha comunque mire diverse dalla semplice quantificazione di un valore. Infatti, benché riguardi esclusivamente software open source, la ricerca si pone come critica al modello di sviluppo proprietario. Le cifre presentate sono delle ipotesi di costo nel caso il software analizzato fosse stato sviluppato utilizzando un approccio proprietario. I tre autori Amanda McPherson, Brian Proffitt, Ron Hale-Evans, non mancano di utilizzare riferimenti diretti: «Sta diventando sempre più chiaro che accollarsi individualmente questo carico di sviluppo e ricerca, come Microsoft ha fatto, è una approccio dispendioso allo sviluppo di software».

La Linux Foundation conclude prevedendo che l’approccio proprietario diverrà col tempo una soluzione sempre meno sostenibile, e che in futuro la competizione non potrà prescindere dalla collaborazione.

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