QR code per la pagina originale

Lo chiamano “equo compenso”

Tre spunti di riflessione sul decreto per la ridefinizione dell'equo compenso. Uno, l'equo compenso non viene capito, e quindi non accettato; due, i valori previsti sono mal calibrati sulla realtà della tecnologia; tre, la legge nasce vecchia: e il cloud?

,

L’anacronismo e il cloud

Dulcis in fundo, occorre notare come il Decreto sia stato composto con una certa superficialità di approccio. Non solo non si è considerato il fatto che ogni singolo device ha una sua funzione specifica; non solo non si è valutato l’ammontare complessivo del danno procurato; non solo non si è considerato l’ostacolo culturale dell’imporre una tassazione che la quasi totalità dei cittadini considererà inopportuna ed iniqua. L’errore sembra risiedere anche nella formulazione stessa delle tabelle riportanti i compensi dovuti per le singole categorie merceologiche.

Salta agli occhi, ad esempio, come tra i supporti di memorizzazione sia stato considerato anche l’HD DVD. Lo standard, infatti, è notoriamente defunto, battuto dal polo Blu Ray. Ciò nonostante, i futuri device venduti in relazione allo standard HD DVD dovranno prevedere un equo compenso da devolvere in virtù delle possibili copie private ospitate. Se però lo standard è defunto, non può essere previsto alcun supporto né alcun prodotto di questo tipo, se non in misura del tutto minore e trascurabile.

Per estensione, però, ogni singola definizione utilizzata sembra andare ben al di fuori delle qualità di una regola ben composta. Le definizioni di telefono, hard disk, penna usb e quant’altro sono infatti oggi sempre più labili: i confini si fanno confusi tra una categoria ed un’altra, tanto che diventa difficile capire esattamente ove identificare taluni prodotti o eventuali ibridi ancora da portarsi sul mercato. Non si parla di console da gioco ad esempio: come, dove vanno considerate? Ed una console portatile, invece? E come verranno considerati i tablet? Smartphone o veri e propri pc?

Ma un difetto su tutti sembra smontare l’architettura del testo del decreto, dimostrandone l’intrinseco anacronismo: come va considerata la dimensione “cloud”? Nei giorni in cui Google ha presentato la sua nuova offerta di archiviazione gratuita e si moltiplicano le offerte (gratuite e a pagamento) per il backup online, occorre pensare ad un equo compenso anche per i servizi oltre che per i supporti ed i device? La tassa, di per sé, sembra favorire proprio il cloud : tassando le soluzione hardware commercializzata in Italia, infatti, non si può che fare un piacere a quanti offrono o l’acquisto all’estero, o l’alternativa sulla nuvola: a basso costo, ad alta accessibilità e con alte garanzie. Fino a che punto la legge può però agire in modo tanto grossolano sul settore?

Lo chiamano “equo compenso”. Ma sono in pochi ad identificarlo come tale.