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Lo chiamano “equo compenso”

Tre spunti di riflessione sul decreto per la ridefinizione dell'equo compenso. Uno, l'equo compenso non viene capito, e quindi non accettato; due, i valori previsti sono mal calibrati sulla realtà della tecnologia; tre, la legge nasce vecchia: e il cloud?

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Le tabelle e la realtà

Altra questione che il nuovo equo compenso è destinato a scatenare è nel fatto che le tariffe imposte, oltre ad essere decisamente onerose, sembrano anche in vario modo sbilanciate. Il decreto sembra infatti considerare a priori come device di archiviazione strumenti nati invece per tutt’altro motivo. Se si parla di hard disk, infatti, gli usi possono essere molteplici ed una “tassazione” a priori non fa che imporre un obolo ad una categoria che invece lavora per altri scopi.

Ed è questa la tematica principale affrontata da Nokia. Il gruppo ha infatti difeso la propria produzione ricordando che «l’ascolto di musica è solo una delle tante funzioni disponibili sul telefono cellulare, il cui contenuto è solitamente acquistato legalmente dal consumatore che ha pertanto già completamente pagato i diritti d’autore. Imporre una nuova tassa sui telefoni cellulari costringe quindi i consumatori a pagare due volte per lo stesso contenuto. Nokia crede che non sussista un fondamento legale o una base razionale alla tassa sulla copia privata applicata ai telefoni secondo quanto previsto dalla direttiva europea sulla copia privata.

L’ADOC, nel frattempo, ha già fatto due calcoli stimando un aumento del 4% circa dei prezzi dei device interessati, il tutto per un principio, ancora una volta, opinabile: è giusto costringere i produttori hardware ad un sovrapprezzo in virtù del fatto che i loro prodotti potrebbero essere potenzialmente utilizzati in modo potenzialmente lesivo dei diritti d’autore? Il processo alle intenzioni non è mai cosa buona, ma ciò è vero soprattutto se si punta il dito contro una categoria le cui finalità generali sono differenti e dove solo l’uso da parte dell’utente trasforma un bene in un device d’archiviazione invece di uno strumento di utilità.

Più semplicemente: se un utente ha un hard disk da 100GB, buona parte sarà occupata dal sistema operativo, dai software, dalle proprie immagini personali e quindi, eventualmente, da una serie di MP3 propri (inutile parlare di eventuale materiale pirata: non è compreso nella “sanatoria” dell’equo compenso, dunque non rientra nel novero dei calcoli da effettuarsi): tassare un intero hard disk per la possibile eventuale presenza di un piccolo numero di file significa danneggiare i produttori dell’hard disk, i produttori del sistema operativo, i produttori software, l’utente finale. Il tutto per portare denaro al calderone della SIAE. E su questo nome ecco l’insorgere di una nuova difficoltà: il disamore per questo tipo di istituzione è tale da trasformare ancora una volta il Decreto in un pungolo vissuto con avversione difficile da smussare.

Non è un caso, del resto, il fatto che sia proprio la SIAE l’unica a difendere l’equo compenso a spada tratta. Ma la sua posizione è destinata a rimanere pressoché isolata, difesa sì dal Ministero, ma ora in discussione presso il Parlamento (con una procedura che in teoria avrebbe coinvolto tutti gli attori interessati, ma contro cui i primi a scagliarsi sono state le associazioni dei consumatori. Non tutte le parti, insomma, avrebbero goduto di equa rappresentanza ed ora, sia pur se con minori possibilità di dibattito, i detrattori della SIAE avranno modo di far udire il proprio coro di protesta).

La valutazione proposta da Stefano Quintarelli si basa invece su di un assunto tale per cui le aziende potrebbero evitare di alzare i prezzi, assorbendo i minori margini conseguenti operando tagli al personale. L’effetto sarebbe devastante: «Se distributori e retailer recuperassero margini “leviati” per 60M, riducendo il personale (non specializzato, penso a commessi e magazzinieri) sarebbero più di 2.000 persone. Dello stesso ordine di grandezza del numero di persone che, secondo il Corriere della Sera, vivono di diritto d’autore». Comunque la si tiri, insomma, la coperta rimane sempre corta.