Huawei senza Facebook? Un guadagno per gli utenti

Il complotto che sta mettendo al muro Huawei è giunto davvero al culmine, però nessun organo statale si accinge a provare ciò che afferma, perché?

Facebook è solo l’ultima azienda ad agire contro Huawei per conformarsi al recente ordine esecutivo che vieta ogni qualsivoglia rapporto di compagnie USA con il gruppo cinese.

Il social ha deciso di seguire l’onda del clamore, vietando la preinstallazione delle sue app sui prossimi telefonini con il marchio della grande H. Che vuol dire? Che il Mate 30 Pro, il P40 Pro, e così via, non avranno più, all’accensione, Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp. Queste però si potranno scaricare dal Play Store, se Huawei avrà ancora un Play Store di Google, ovviamente. Il rischio, ma mi pare molto improbabile visto la perdita in portata che causerebbe, sarebbe quello di non poter più sfruttare alcuna delle applicazioni di cui sopra, perché magari assenti da un eventuale store di app proprietario. Twitter e Booking sembrano le prossime a seguire tale strada.

La recente decisione da parte della creatura di Zuckerberg aggiunge un ulteriore elemento di confusione alla faccenda, che è già di per sé molto incasinata. Da un lato, Huawei sta approfittando della moratoria di 90 giorni che è stata offerta dal Dipartimento USA e continua a beneficiare dei servizi di Google; dall’altro, la mossa costringe la cinese a ripensare la propria strategia di business nel breve periodo, visto che la chiusura degli accordi con Facebook hanno effetto immediato.

Anche se ciò non rappresenta un’enorme perdita in senso lato (molto di più lo sarebbe un blocco definitivo dai partner hardware, come ARM), il risultato è che l’immagine del produttore è sempre più offuscata da quanto accade all’esterno. Fiorente come mercato solo fino a qualche settimana fa, il settore mobile, oggi come oggi, se dovesse essere approcciato tenendo presente le aziende che hanno voltato le spalle alla multinazionale, richiederebbe di stringere rapporti con almeno 5 o 6 società diverse, che forniscano moduli di memoria, antenne radio, fotocamere (attualmente sono Summilux Leica) e molti altri elementi non provenienti da organizzazioni in Cina.

Il punto è: perché? Gli Stati Uniti, di solito, chiedono ai propri detrattori le prove delle azioni che le vengono imputate. Basti ricordare la Corea del Nord che aveva affermato come gli USA avessero un piano per far fuori Kim Jong-un, riscontrato in alcuni documenti ufficiali, prelevati da hacker governativi. Gli States, come detto, hanno proceduto subito con la chiesta di verifiche, le stesse verifiche che, da quasi un anno, lesinano col dare, nel merito delle accuse mosse a Huawei e al presunto modus operandi in concerto con Pechino.

Alla fine il big di Shenzen verrà seppellito sotto i colpi del tycoon? Difficile dirlo ma non se sarei così certo. Prima Google, poi Facebook. Ironia della sorte, data la reputazione che le due americane hanno in quanto a rispetto della privacy, la rimozione delle app dai prossimi Huawei probabilmente renderà gli smartphone del gruppo più sicuri. Con buon pace degli occidentali.

E allora…#buongiornounCaffo

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