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Dai chip ai liofilizzati: l’eredità della corsa alla Luna

La corsa alla Luna è in pieno fermento e basta voltarsi per ricordare quanto abbia reso all'umanità: oltre 150mila brevetti e 30mila nuovi oggetti, materiali e tecnologie.

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La nuova corsa alla Luna, lo sappiamo, è più lanciata che mai. La sfida incrocia geopolitica, scienza e tecnologia contrapponendo Stati Uniti e Cina, al posto dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda. Il prossimo 20 luglio si festeggeranno infatti – con buona pace dei più surreali negazionismi – i 50 anni dai primi passi di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sul satellite. Erano le 20,17 minuti e 40 secondi di quel giorno estivo del 1969. Mai come oggi la Luna è tornata nelle mire di governi e agenzie spaziali ma anche di compagnie private di mezzo mondo. Il nuovo corso imposto dal capo dell’agenzia a stelle e strisce, Jim Bridenstine, ha senza dubbio aperto la strada all’ambiziosa strategia di Donald Trump: tornare sul satellite, con la prima donna a metterci piede, entro il 2024.

Sotto il profilo prettamente scientifico, ripresentarsi oggi sulla Luna significherebbe portare a casa una quantità di ricadute in termini di materiali, scoperte e progressi senza paragoni rispetto a mezzo secolo fa. D’altronde la prima fase di Artemis, il nuovo programma della Nasa, parte proprio dai test scientifici: il “Commercial Lunar Payload Services” punta infatti a posare sulla regolite lunare piccoli ma fondamentali carichi di attrezzature e materiali scientifici e tre società private, su nove coinvolte, sono pronte a partire il prossimo anno. Preparando la strada, anzi la rotta, al ritorno dell’essere umano.

Per rendersi conto dell’impatto che gli esperimenti potrebbero produrre nell’arco dei prossimi dieci anni basta voltarsi indietro: sono infatti almeno 30mila le tipologie di oggetti messi a punto negli anni in cui si è sviluppato il mitico programma Apollo. Categorie di merci legate più o meno direttamente a quanto si è riuscito a scoprire nel corso dell’epopea o anche semplicemente nelle fasi di sviluppo e preparazione, spingendo i confini della ricerca sempre un passo oltre.

Oggetti che nel corso dei decenni sono diventati quotidiani se non familiari. Basti pensare al prodigioso materiale Goretex, in gran parte ormai superato da altri tipi di tessuti eppure ancora molto utilizzato per gli indumenti più resistenti o per le basse temperature. E ancora: le soluzioni più fantasiose come il velcro al posto dei bottoni e delle chiusure lampo, le gomme da masticare al fluoro o il rivestimento in teflon – materiale spesso finito sotto accusa per la presunta cancerogenicità, a dire il vero – che oggi troviamo nelle pentole e padelle antiaderenti.

Secondo alcuni calcoli il programma Apollo – avviato nel 1961 e concluso con l’ultimo volo dell’Apollo 17 nel 1972 che ospitava anche un astronauta-scienziato, il geologo Harrison Schmitt – è costato negli anni Sessanta 25 miliardi di dollari e, per le stime condotte negli anni, per ogni dollaro investito ne ha prodotti o se si preferisce restituiti tre in termini di ricadute di ricerca, commerciali o ingegneristiche. Non solo: i brevetti frutto del programma spaziale furono, circa 150mila, che si aggiunsero ad altre migliaia legati ai programmi precedenti e allo stesso lavoro propedeutico alle missioni Apollo.

Un fronte su tutti: la spinta ricevuta dalle tecnologie legate ai circuiti elettronici miniaturizzati, in gran parte ispirate e legate ai computer di bordo utilizzati sia nei moduli di comando che in quelli lunari. L’Apollo Guidance Computer, il cervellone che orchestrò le manovre dell’uno e dell’altro, fu il primo a utilizzare i circuiti integrati. Quelli della Fairchild Semiconductors, ideati da quel Robert Noyce che avrebbe fondato anche Intel un anno prima dell’allunaggio, erano appunto presenti nel cuore dell’Agc in un sistema messo a punto dall’agenzia spaziale col Mit di Boston.

Ma l’elenco sarebbe davvero lungo, a riconferma dell’importanza della sperimentazione in ambienti di microgravità: dalle protesi di arti, o parti di esse, realizzati con materiali super-resistenti, di solito in fibra di carbonio e compositi, sviluppati per i programmi spaziali, alle celle a combustibile legate addirittura al precedente programma Gemini passando per il più ampio tema dell’automazione, che negli anni Sessanta intervenne pesantemente nella produzione dei componenti strutturali delle navicelle, fino a nuovi materiali come l’ultraresistente Cronidur30. Quest’ultimo, sviluppato per le pompe di carburante dello Space Shuttle, quindi qualche anno dopo Apollo, è in grado di resistere alla corrosione 100 volte di più degli acciai “normali” ed è anche usato per realizzare strumenti chirurgici.

La rassegna potrebbe procedere con i cibi liofilizzati, oggi diffusissimi ovunque, alimenti deidratati a bassa temperatura figli dei pasti per gli astronauti degli anni Sessanta, agli orologi al quarzo fino a una serie di altre soluzioni, oggi utilizzate per i satelliti meteorologici o per le telecomunicazioni, figlie di quell’eroica epopea come di molte altre precedenti o seguenti. E ancora, dagli spettrometri di massa per la chirurgia ai pacemaker per il cuore, dai filtri per potabilizzare l’acqua alle coperte termiche spesso sfruttate in caso di disastri passando per la Tac. In quest’ultimo caso pochi sanno, per esempio, che l’antenato della moderna tomografia assiale computerizzata, essenziale per una grande quantità di accertamenti clinici, nacque per analizzare la struttura dei nuovi materiali e individuarne punti di forza e criticità. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo come, ad esempio, gli utensili a pila, i “moon boot” (il nome non mente) per chi va in montagna.