Gli Emirati Arabi Uniti useranno i droni per controllare il clima

Grazie ai droni e al cloud seeding, gli Emirati Arabi Uniti sperano di risolvere il problema del clima sempre più torrido e della siccità.

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La crisi climatica sta riscaldando il pianeta come mai prima d’ora. E anche molti di quei Paesi abituati a certi climi torridi stanno dovendo fare i conti con situazioni addirittura peggiori. In Siria, per esempio, si susseguono gli incendi a ovest di Homs causati anche dal caldo secco, mentre negli Emirati Arabi Uniti, la siccità non accenna a diminuire, a causa anche delle scarse precipitazioni.

Ma le cose potrebbero presto cambiare grazie alla scienza. Proprio la federazione dei sette emirati che formano la nazione della penisola araba, ha investito infatti 15 milioni di dollari in nove diversi progetti legati allo sfruttamento della pioggia, uno dei quali ha a che fare con i droni.

L’UAE si affida ai droni e al cloud seeding


Grazie a un progetto realizzato dall’Università di Reading, attraverso una serie di procedimenti tecnici i droni aiuteranno il clima a “produrre” una maggiore quantità di pioggia tramite la “semina” delle nuvole. Una nube è formata da miliardi di goccioline d’acqua ciascuna delle quali, a sua volta, è formata da 500 milioni di molecole d’acqua. Ma non sempre esse vengono rilasciate in grande quantità. Ed è qui che entrano in gioco i droni.

Decine di apparecchi volanti verranno impiegati per disperdere nelle nubi delle apposite sostanze chimiche che fungeranno da nuclei di condensazione per favorire le precipitazioni, e poi caricheranno le goccioline all’interno con una carica elettrica. Dall’inizio del 2021, il National Center of Meteorology di Abu Dhabi ha condotto 126 test di inseminazione delle nuvole, ottenendo buoni risultati. Sufian Farrah, meteorologo ed esperto di cloud seeding del centro, è sicuro che la tecnica sia sicura, e che non comporterà rischi né per il clima dell’area, né per la popolazione. Pertanto il progetto adesso entrerà nel vivo.

Interveniamo solo sulla quantità di pioggia, non le creiamo da zero”, – ha spiegato il ricercatore – “Inoltre evitiamo di inseminare nuvole particolarmente cariche di per sé, o in grande numero, proprio per evitare eccessi pericolosi”. Ma per alcuni scienziati i rischi reali non sarebbero nella tecnica utilizzata, quanto nel materiale. Negli USA si sta per esempio sperimentando un nuovo elemento aerosol da utilizzare nella semina delle nuvole formato da cristalli di sale rivestiti con nanoparticelle di biossido di titanio. Ebbene, per l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, queste ultime sono classificate come “possibili agenti cancerogeni” per l’uomo”.

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