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D’Alia non rinnega il proprio emendamento

Una intervista al senatore D'Alia ha gettato nuova luce sull'emendamento approvato in Senato che impone la censura per i siti che non cancellano materiali in cui è riscontrabile apologia di reato. D'Alia conferma in toto le finalità censorie del testo

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Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso e noto blogger, ha intervistato il senatore Gianpiero D’Alia, autore dell’emendamento che ha inserito controlli particolari per la Rete partendo dai casi specifici dei gruppi pro-mafia nati su Facebook. Nell’intervista Gilioli interroga il senatore mettendolo di fronte ai diversi casi specifici che la rete può presentare: da Facebook ai video su YouTube, dai flame su forum ai commenti sui blog.

Se è vero che oltre il testo del dispositivo di legge è utile leggere anche il reale e concreto intento del legislatore, allora l’intervista firmata da Gilioli non fa altro che confermare tutto ciò che di catastrofico si era ipotizzato nel momento in cui l’emendamento è stato rapidamente approvato dal Senato: la legge, così come è formulata ad oggi, è pensata e voluta per censurare interi siti web al fine di eliminare eventuali contenuti documentanti o inneggianti a reati di varia natura. Alle specifiche domande, infatti, D’Alia risponde esplicitamente su candido “sì”: sì, Facebook potrebbe essere chiuso in Italia se non interverrà sui gruppi che dispongono apologia di reato; sì, YouTube potrebbe essere chiuso se non censurasse video segnalati dalle autorità.

Gilioli ha prodotto l’intera intervista in un filmato depositato proprio su YouTube:

D’Alia non rinnega alcunché del proprio emendamento: secondo il senatore il tutto è studiato non tanto per censurare, quanto più per costringere chiunque ad eliminare dal Web contenuti pericolosi. E per “chiunque” non si intende il solo mondo dei social network: D’Alia estende la propria analisi anche ai singoli blog, perchè il gestore di un sito non deve farsi «complice». Un errore di fondo traspare dalle parole immediatamente successive, perchè è evidente il fatto che non sia l’autore di un sito a «pubblicare» un commento, quanto l’autore del commento stesso (semplice ospite del sito). Per i gestori dei siti Web, insomma, viene identificata una onerosa responsabilità oggettiva a cui il legislatore pone un freno con il solo mezzo in grado di colpire con sicurezza: la censura tramite il filtraggio da ISP.

L’emendamento è stato criticato nel merito fin dalla prima ora. Il senatore D’Alia, benché si dichiari un abituale fruitore della rete, non ha evidentemente colto il fragore delle proteste (peraltro corroborato anche dal diplomatico – quanto fermo – intervento di Google Italia), né ha subito le pressioni dell’intervistatore («lei è conscio del fatto che se in Italia si chiudono YouTube e Facebook siamo peggio della Birmania?»): il tenore duro della legge è confermato in ogni sua sfumatura e dopo questa intervista anche le riserve sono destinate a cadere.

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