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Che fine ha fatto l’antispam?

Battuta d'arresto per l'antispam europeo: l'euro-Parlamento si arena tra l'opt-in e l'opt-out. Slitta di due mesi la decisione finale, nel frattempo il dibattito infuria.

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Spam, l’Europa si arena sull’opt-in e sull’opt-out. Per avere una legge unitaria in Europa contro il far west della pubblicità via posta elettronica bisognerà aspettare almeno altri due mesi.



Alla fine però dovremmo sapere se le comunicazioni non richieste su Internet passeranno attraverso il meccanismo della richiesta preventiva dell’utente di ricevere informazioni su determinati prodotti (meccanismo dell’opt-in). Viceversa, tutti potremmo vederci recapitare una prima e-mail pubblicitaria, salva poi la facoltà di segnalare al mittente che non siamo interessati a quelle informazioni (meccanismo dell’opt-out).



L’Europarlamento si è spaccato sulle norme per arginare il fenomeno delle mail selvagge spedite a centinaia di indirizzi, ad un passo dall’approvazione. La buccia di banana su cui è scivolato l’antispam europeo è la questione, tutt’altro che secondaria, della raccolta del consenso ad essere raggiunti da messaggi non direttamente sollecitati: se sono io utente che devo richiedere di essere informato o, se chiunque possa prendere l’iniziativa di informarmi di un’offerta, dell’esistenza di un prodotto, ma anche di un programma politico. Solo per dirne qualcuna. Lo stesso discorso deve essere fatto anche per gli SMS sui telefonini.



La questione non è semplice e l’aspro scontro era prevedibile. La scelta tra i due meccanismi dell’opt-in ed dell’opt-out, da un lato si presta a tirare in ballo una serie di speculazione sui massimi sistemi. Il meccanismo dell’opt-in, sembra un’inaccettabile restrizione della libertà di comunicazione e delle prerogative di contatto proprie di Internet. A questo proposito qualcuno si chiede perché chiudere fuori dalla porta chi bussa per informarti magari proprio di qualcosa che può tornare utile ma di cui si ignora l’esistenza. Queste le ragioni dei sostenitori del meccanismo dell’opt-out, in risposta a quanti ritengono che la ricezione di una mail non richiesta sia un inaccettabile attacco al proprio diritto di essere lasciati in pace.



Dall’altro lato, scendendo sulla terra, ogni tentativo di arginare lo spam si scontra con questioni più profane del tipo la sicurezza fornite dalle banche dati delle mailing list in relazione alla privacy e l’efficacia dei sistemi di rimozione dalle stesse liste. Uno dei risvolti inquietanti dello spamming è l’enorme quantità di dati trattati. Centinaia (o perché no anche migliaia) di indirizzi di posta elettronica corredati di riferimenti ad altri dati, come l’istruzione, i gusti etcÂ…, si prestano ad essere bersagliati da messaggi su messaggi praticamente a costo zero. I rimedi antispamming, poiché vanno a riguardare banche dati più o meno estese, abitano vicino di casa alle disposizioni sulla privacy.



Non è casuale che in Italia la questione dello spamming sia emersa nell’applicazione della legge 675/’96. Il Garante, attraverso una serie di pronunce ha chiaramente fornito un’indicazione a favore dell’opt-in nella ricezione di mail non richieste. In campagna elettorale l’Authority per i dati personali ha chiarito che i messaggi non sollecitati sono invasivi della privacy e che l’iscrizione in liste pubbliche (forum, mailing list) non significa implicitamente rendere accessibile a chiunque il proprio indirizzo di posta elettronica.



L’orientamento comunitario prevalente, in materia di spamming, va nella direzione data dal nostro Garante per la privacy alla materia.



La bozza della direttiva comunitaria, passata ad un primo vaglio della Commissione per la Libertà ed i Diritti Civili, a fine luglio, è stata rispedita al mittente per lo sbilanciamento della relazione finale a favore dell’opt-out. Durante la discussione definitiva, il Parlamento europeo ha ritenuto troppo oscuri molti punti ed ha bocciato la proposta Cappato (dal nome dell’euro-deputato della Lista Bonino che ha curato la bozza) che ha provato ad introdurre a livello comunitario il meccanismo della libertà di contattare liberamente per una prima volta per email gli utenti.



Il pericolo più serio dell’opt-out, richiamato nella battaglia antispam dell’euro CAUCE (il comitato degli antispammer europei) è che l’approccio di scala alla mail abusiva provochi una congestione dei servizi di posta elettronica. In un’intervista, Furio Ercolesi, membro del direttivo CAUCE, disegna lo scenario di un utente medio subissato da messaggi non richiesti, impegnato per gran parte del suo tempo a disiscriversi da liste non di suo interesse.



Lo slittamento europeo se non altro, dà maggior occasioni di dibattito su un tema che coinvolge tutti gli utenti di internet direttamente. C’è chi propone di superare la dicotomia opt-in ed opt-out e pensa di mediare tra le esigenze della comunicazione e della privacy, non credendo al buon senso dei comunicatori (nel caso che passi l’opt-out) e, nello stesso tempo, trovando inaccettabile la comunicazione solo su richiesta (qualora a passare sia il meccanismo dell’opt-in). Pietro Morelli in un suo intervento apparso su Mlist.it, pensa ad un ente super partes in grado di tenere un elenco con tutti i nominativi non interessati ad una prima comunicazione di contatto, non sollecitata. Si tratta delle cosiddette “liste negative”, in cui io mi inserisco per non essere in alcun modo contattato.



Ancora altri due mesi di aspre contrapposizioni ma anche di aperto dibattito per vedere chi la vincerà: le ragioni dei direct marketer che si fondano sulla facilità di comunicazione su scala o quella dei difensori strenui della privacy che guardano all’arrivo di posta elettronica indesiderata come un’inaccettabile violazione della riservatezza.