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UE, giro di vite sulla privacy ai motori di ricerca?

L'Unione Europea potrebbe presto indicare tempi più stretti per la conservazione dei dati personali da parte dei motori di ricerca. Secondo un recente report, il mantenimento dei dati a sei mesi dalla loro acquisizione non sarebbe giustificabile

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L’Unione Europea potrebbe presto imporre nuove regole per la conservazione dei dati degli utenti da parte dei motori di ricerca. È quanto emerge da una relazione dell’ufficio deputato alla salvaguardia dei dati personali giunta all’attenzione della Commissione Europea. Per una migliore protezione della privacy e delle informazioni personali sensibili, il report suggerisce un limite temporale non superiore a sei mesi per la conservazione dei dati da parte dei motori di ricerca.

Le informazioni raccolte dai portali per le ricerche sul Web sono, infatti, conservate per molti mesi prima di essere eliminate o rese anonime. Google e Yahoo, per esempio, mantengono i dati sui loro utenti per circa 18 mesi, mentre MSN per poco più di un anno. Terminati questi periodi, le informazioni personali vengono generalmente rese anonime e mantenute per fini statistici e di analisi dei flussi di traffico e delle ricerche.

Secondo la relazione sottoposta alla Commissione Europea, i grandi motori di ricerca non attuerebbero politiche sufficientemente chiare, agendo in una condizione di anomia pressoché totale. Quasi tutti i motori di ricerca raccolgono e mantengono numerose informazioni sulle ricerche svolte dai loro utenti come contenuto delle query, indirizzo IP del computer da cui è stata avviata la ricerca e dettagli sul browser utilizzato. La mole di dati raccolti aumenta considerevolmente nel caso in cui un utente abbia sottoscritto un account con un dato motore di ricerca.

«Il mantenimento delle informazioni personali deve essere sempre motivato e ridotto al minimo. […] Nel caso in cui i motori di ricerca trattengano per un periodo superiore ai sei mesi le informazioni personali, occorrerà dimostrare come tale scelta costituisca una necessità per garantire un dato servizio» si legge nella relazione, che poi aggiunge: «Le società che gesticono i motori di ricerca non possono sostenere che lo scopo di raccogliere dati riservati sia quello di sviluppare nuovi servizi la cui stessa natura non è ancora definita».

Benché il report sia, al momento, puramente informativo e non implichi alcun obbligo per le società, i grandi motori di ricerca statunitensi non hanno tardato a far sentire le loro ragioni. Attraverso il suo blog sui temi giuridici, Google ha sottolineato come i dati raccolti dal suo motore di ricerca siano una componente imprescindibile per fornire agli utenti un servizio efficace ed efficiente: «Crediamo che le richieste sulla registrazione dei dati personali debbano tener conto della necessità di offrire prodotti e servizi di qualità agli utenti, come risultati di ricerca accurati, ma allo stesso tempo in grado di assicurare integrità e sicurezza. […] Sulla base delle nostre analisi, riteniamo che un indirizzo IP possa essere considerato un dato personale o meno a seconda di come tale informazione venga utilizzata».

Con un breve comunicato, anche Yahoo ha difeso il proprio operato e la necessità di trattenere per periodi relativamente lunghi i dati personali dei propri utenti. La società del motore di ricerca ha poi dichiarato di voler approfondire i dubbi sollevati dalla relazione europea in materia di privacy. La discussione è, dunque, aperta e a breve il documento potrebbe diventare oggetto di nuovi provvedimenti da parte della Commissione Europea.