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Google, no alle proteste contro YouTube al Pride

Google ha detto che protestare, in rappresentanza della società, contro YouTube alla Pride Parade di San Francisco significa violare il codice di condotta.

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Google ha smentito le affermazioni secondo cui avrebbe vietato ai suoi dipendenti di protestare contro YouTube durante la Pride Parade di San Francisco. L’indiscrezione veniva da una nota interna trapelata lo scorso lunedì, stando alla quale pareva che la società imponesse a qualsiasi dipendente di protestare contro la piattaforma di video online nel corso dell’imminente evento.

Alcuni portavoce della società hanno sottolineato che i dipendenti di Google hanno, sì, la possibilità di protestare contro YouTube durante la parata, ma solo a titolo personale e non in rappresentanza dell’azienda. Bloomberg ha osservato che le azioni della società potrebbero violare le leggi federali sul posto di lavoro. Per chi non lo sapesse, alcuni dipendenti di Google stanno pianificando di protestare contro la decisione di YouTube di non punire in alcun modo il conservatore Steven Crowder, che nei suoi video ha mosso delle critiche al giornalista LGBTQ+ Carlos Maza.

Di per sé, criticare pubblicamente Google non è una violazione del codice di condotta dell’azienda. Nel caso della Pride Parade, tuttavia, i dipendenti intenzionati a protestare contro BigG o YouTube sono stati avvertiti che fare ciò in veste ufficiale avrebbe comportato una violazione. BigG partecipa alle Pride Parade di tutto il mondo dal 2007, ma la società sta, appunto, subendo il contraccolpo di alcuni membri della comunità LGBTQ+ in seguito all’inefficace politica anti-molestie di YouTube. All’inizio del mese, un gruppo di attivisti ha chiesto che la società venisse bandita dalla Pride Parade di San Francisco durante una riunione del consiglio di amministrazione. Nonostante Google abbia ancora accesso alla Marcia dell’Orgoglio, è palesemente chiaro che dovrà fare molto di più per proteggere i suoi dipendenti e gli utenti LGBTQ+.

Nei giorni scorsi ci ha provato il CEO, Sundar Pichai, a placare le acque con una lettera che a quanto pare non ha avuto l’effetto desiderato dai dirigenti.