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Uber: a Londra sì, a Pittsburgh no

Uber continua a far discutere in tutto il mondo, e anche i tribunali: sulla base delle stesse denunce ci sono sentenze diverse.

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Quando si parla di Uber è impossibile considerarlo come un semplice servizio uguale in tutto il mondo. Anche se questo sarebbe il suo scopo di società tecnologica multinazionale, l’applicazione che ha sconvolto il settore del trasporto privato vive contemporaneamente successi e blocchi in diverse città e nazioni, contribuendo a non far capire a nessuno, alla fine, dove sia il giusto. Mentre a Londra incassa un importante sì, da Pittsburgh in Pennsylvania si registra un clamoroso stop. E dove Uber perde, i tassisti esultano.

La buona notizia viene dalla capitale britannica, a poco meno di un mese (era l’11 giugno) dalla protesta dei tassisti, che avevano riempito le strade della città in segno di protesta per l’attività di Uber, colpevole secondo loro di agire al di fuori delle norme che regolano il trasporto sui taxi. Quella combinazione di applicazione per smartphone, con algoritmi, e Gps corrisponderebbe a un tassametro e soprattutto a un servizio taxi mascherato. Da qui le proteste dei tassisti in tutta europa, mentre negli stessi giorni Uber – anche in Italia, a Trieste, durante lo State of the Net – alzava la posta con la piattaforma UberTaxi, che di certo non si nasconde.

La battaglia dei tassisti, che a Londra come praticamente in tutte le altre città è sostanzialmente burocratica, è però finita in questo caso a vantaggio di Uber. La Tfl ha stabilito, esaminando le caratteristiche del servizio, che misurare il tempo e la distanza di un viaggio calcolandolo in quel modo è conforme alla normativa. Non c’è bisogno del parere dell’alta corte.

Per quanto riguarda il problema del tassametro, quest’ultimo è definito come un dispositivo per il calcolo della tariffa per mezzo di tempo o distanza (o entrambi). Tuttavia, non è illegale per un operatore di noleggio privato a pagamento acquisire clienti sulla base del tempo impiegato e la distanza percorsa. I conducenti Uber sono contattati con uno smartphone. Alla fine di un viaggio lo smartphone manda i dettagli a un server in remoto e poi riceve la tariffa da caricare. I telefoni trasmettono informazioni sulla posizione (sulla base di dati GPS) tra veicoli e operatori, ma non hanno alcun collegamento operativo o fisico con i veicoli, e ricevono informazioni sulle tariffe che sono calcolate in remoto: non sono tassametri, ai sensi della legislazione.

Invece a Pittsburgh no

Di tutt’altro tenore la sentenza della Commissione Pubblica che in Pennsylvania ha ordinato la cessazione ad operare a Lyft e Uber, due tra i servizi di trasporto basati su appplicazioni più famosi. Secondo questo parere, le due società non hanno adeguati permessi per operare in città e fornire i loro servizi di trasporto a pagamento. Le norme che preoccupano in quella città sono quelle legate alla sicurezza (medesimo argomento del Belgio), soprattutto dopo che è emerso che alcuni conducenti usano mezzi personali per il trasporto commerciale senza adeguati standard.
Le reazioni non si sono fatte attende, e non solo da parte di Uber, che ha già detto che manterrà il servizio e depositerà una memoria alla Commissione entro i prossimi sette giorni. Anche il sindaco di Pittsburgh, Bill Peduto, ha espresso con un tweet il suo sostegno alla causa di queste aziende.

Le caratteristiche uniche di queste applicazioni

La situazione scatenata da Uber è in sostanza ancora identica alle premesse logiche che la country manager italiana, Benedetta Arese Lucini, un anno fa descrisse proprio a Webnews: Uber accetta di confrontarsi con tutti, ci sono paesi dove stanno incorrendo in diverse cause legali (molte vinte, altre no) che hanno portato chiarezza; forse la caratteristica più spiacevole del clima italiano è la mera resistenza all’innovazione in sé. Le leggi non dovrebbero essere utilizzate per difendere degli status quo, bensì gli utenti. E una volta stabilito cos’è meglio per loro, deliberare.

La caratteristica molto speciale di Uber e più in generale di questo tipo di applicazioni è che intervengono in un settore molto burocratizzato – per ovvie ragioni – e legato a licenze vendute e ricomprate senza il controllo delle istituzioni. L’unica vera ragione dello scandalo sollevato per questi servizi non è (nessuno ci crede davvero) il rispetto o meno di un articolo di un regolamento comunale o l’interpretazione corretta di cos’è un tassametro, ma il fatto che molti di questi lavoratori sentono di aver investito – liberamente – i loro risparmi in qualcosa che di punto in bianco non vale più quanto prima e mai più potrà valerlo.

Fonte: Uber • Via: BITS • Notizie su: , ,