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Monti, Bersani, Berlusconi: ecco l’Agenda Digitale

Il Corriere delle Comunicazioni ha chiesto a Mario Monti, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi di spiegare agli elettori la loro Agenda Digitale.

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Mario Monti

Vorrei innanzitutto ricordare il lancio da parte del mio governo dell’Agenda Digitale per l’Italia, per anni trascurata dai governi precedenti nonostante una pressante richiesta dalla società civile. Sono convinto dell’assoluta centralità di questo argomento: non è un caso che nelle nostre liste – mi sembra unici – abbiamo candidato personalità di riferimento in questo mondo quali Stefano Quintarelli, Francesco Sacco, Salvo Mizzi e Dianora Bardi

Il programma era noto, i nomi sono il nuovo biglietto da visita: una personalità come Stefano Quintarelli è sufficiente per quanti sono più sensibili alle dinamiche dell’Agenda Digitale poiché ben sanno quale sia stato negli anni l’impegno di Quintarelli contro il digital divide ed in favore di un nuovo modo di intendere gli investimenti per l’innovazione.

Poche le novità rispetto a quanto introdotto già nei documenti precedenti dell’Agenda Digitale, tuttavia l’intervento sembra esprimere maggior convinzione rispetto al passato circa la necessità di portare avanti rapidamente gli investimenti. Il tutto non senza tener in debita considerazione quella che è stata l’esperienza del passato, quando è stata anzitutto la struttura organizzativa a limitare le velleità che pure la classe politica e la società esprimevano: «frammentazione di competenze, mancanza di focalizzazione e inazione» hanno rallentato per troppo tempo il paese ed ora occorre uscirne con un modo nuovo di affrontare il problema.

Mario Monti porta avanti al tempo stesso puntuale pragmatismo nel promettere con cautela la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: sebbene trattasi di un passaggio obbligato, di grandi potenzialità e di sicuro orizzonte, al tempo stesso le difficoltà sono oggettivamente molte e non è possibile pensare ad una rivoluzione che vada ad espletarsi nel giro di qualche settimana. Quel che Monti porta avanti, insomma, è la promessa dell’inizio di un percorso, una via che si preannuncia lunga e complessa, ma attraverso la quale poter fissare obiettivi ambiziosi.

Idee chiare anche in quanto ad investimenti nelle infrastrutture. Anzitutto, Monti sembra scartare l’idea di uno scorporo della rete “imposto” a Telecom Italia, preferendo in alternativa una soluzione mediata che sappia incontrare gli interessi di tutti gli attori del mercato. Non si può imporre una soluzione dall’alto, insomma, ma al tempo stesso il Governo ha la possibilità di farsi regista del cambiamento: «Occorre intervenire con decisione per sbloccare lo stallo in cui ci troviamo e ridare slancio ad un settore ed al suo indotto centrali per l’occupazione rivolta al futuro e per l’ammodernamento del Paese». Un appello viene inoltre rivolto all’Europa, chiedendo che si possa chiudere un occhio sugli investimenti del settore affinché l’aggravio sulla spesa pubblica possa essere considerato un percorso costruttivo invece che solamente come cifra passiva di cui dover rendere conto all’UE:

Gli investimenti per nuove tecnologie, come quelli per il broadband, l’agenda digitale o le infrastrutture per l’energia, dovrebbero venire valutati per il loro impatto sulla crescita quando si esaminano i conti pubblici di uno Stato membro dell’Ue. Una sorta di temporanea “mini golden rule” sotto il controllo dell’Europa.

Per sconfiggere il lato culturale del digital divide occorre invece agire su più fronti, inoculando conoscenza anzitutto negli strati sociali oggi più lontani dal Web e dalle sue opportunità: partendo dalla scuola ed arrivando ad iniziative firmate RAI, tentando di fare della lotta all’analfabetizzazione digitale un cavallo di battaglia del nuovo, ipotetico, esecutivo Monti.

Un occhiolino, infine, è dedicato al mondo delle Startup:

Le startup innovative richiedono intensità di capitale relativamente basso se raffrontate ad altri settori economici, pur avendo ritorni importanti in termini di occupazione e velocità di ritorno degli investimenti; consentono di capitalizzare un patrimonio di conoscenze e competenze molto diffuso in Italia, non solo nelle regioni del Nord. L’attenzione dimostrata ha già prodotto effetti positivi anche grazie allo Stato che affianca i capitali privati nel finanziamento di imprese innovative.