Inizia l’era del Blu Ray

Toshiba ha alzato bandiera bianca, dunque le porte del futuro si aprono per lo standard Blu Ray voluto da Sony. Tutto sul formato che porterà l’alta definizione nelle case di tutto il mondo e tutto, soprattutto, sui costi di questa lenta transizione

Nonostante si chiami Blu Ray, la tecnologia messa in piedi da Sony per lo sviluppo di DVD di seconda generazione (più capienti e versatili di quelli usati fino ad ora) utilizza un laser violetto e non esattamente blu. L’accento posto sul colore del laser ha però senso in quanto è proprio questo il principale cambiamento che ha reso possibile l’avanzamento tecnologico.

A partire dall’invenzione dell’omonimo diodo è stato infatti possibile scrivere più in piccolo i dati sulla superficie dei dischi già utilizzati come CD o DVD, poichè il laser blu in questione è più sottile rispetto a quello rosso dei normali masterizzatori. Dunque la questione è prettamente materiale: scrivendo più in piccolo su una medesima superficie entrano più informazioni (nel caso specifico un DVD porta 4,7 Gb di dati e un Blu Ray circa 50 Gb). A partire da questo semplice principio si è partiti per sviluppare gli standard e le tecnologie per l’encoding, la scrittura e la lettura e in questo si sono differenziati i due consorzi: quello del DVD Forum, che ha poi dato vita all’HD DVD, e quello del Blu Ray.

A fare parte della Blu Ray Disc Association, capitanata da Sony, erano rappresentati degli studi di produzione, dell’elettronica di consumo e dell’hardware per computer, dunque lo standard tecnologico è in realtà l’aggregato di diverse tecnologie di proprietà dei diversi membri. Ognuno ha insomma fatto la sua parte e nel 2002, più o meno quando il DVD come lo abbiamo conosciuto fino ad ora viveva il suo momento di massimo successo commerciale, ne è stata ufficialmente annunciata la creazione. Il primo device è arrivato solo un anno dopo e costava 3.800 dollari: si trattava chiaramente di un esperimento, la tecnologia non era stabile e il prodotto sarebbe poi cambiato molto nel corso degli anni.

Uno dei primi problemi ad esempio era nel fatto che il laser non andava sufficientemente in profondità, dunque le informazioni venivano scritte troppo vicino alla superficie che dunque diventava sensibilissima ad ogni forma di danneggiamento (tanto che i dischi erano utilizzabili solo in speciali custodie trasparenti, un accorgimento che sarebbe stato abbandonato poco dopo quando fu sviluppata meglio la tecnologia in modo da scrivere le informazioni alla profondità giusta). Tuttavia dal punto di vista tecnico le cose più importanti ancora da venire erano la compressione e i DRM, cioè un sistema di protezione digitale che assicurasse la non copiabilità dei contenuti del disco e che quindi consentisse alle case di produzione di entrare nel business sentendosi sicure di poter distribuire i loro film anche in quel formato senza rischiare.

La compressione non fu un grande problema e anche se inizialmente per comprimere si utilizzò il codec MPEG-2, il medesimo usato per i DVD di prima generazione, dopo pochi mesi si passò direttamente ai codec VC-1 e AVC più efficenti e tutt’ora utilizzati.

I DRM invece arrivarono nella forma del formato di protezione AACS, un formato poco solido e poco maturo la cui adozione finale nel 2006 fu dettata soprattutto dall’esigenza di tenere il passo con lo standard rivale arrivato sugli scaffali molto prima. Le protezioni AACS furono crackate in pochissimo tempo, facendo forza sulle debolezze non tanto dello standard quanto di alcuni programmi (come WinDVD) che contenevano le chiavi per farsi autenticare. L’introduzione del sistema BD subito dopo invece non è stata ancora superata e si è dimostrata molto efficace. Si tratta di una piccola virtual machine che consente a chi deve inserire i contenuti di accludere anche piccoli programmi nei dischi che possono compiere operazioni come esaminare il player che deve riprodurli per assicurarsi che non sia stato compromesso, verificare che non siano state cambiate le chiavi di decriptaggio (che era il problema con l’AACS), eseguire del codice per eventualmente porre rimedio per sistemi poco sicuri e infine trasformare contenuti audio/video di modo che parte delle informazioni non siano visualizzabili senza tale trasformazione.

Ti potrebbe interessare