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Eurostat: l’Italia del digital divide

Eurostat: gli italiani hanno scarse competenze informatiche, ad eccezione di un ristrettissimo gruppo di programmatori qualitativamente elevati.

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In occasione dell’European e-Skills Week, che ha avuto luogo nei paesi dell’Unione Europea dal 26 al 30 marzo, l’Eurostat ha voluto rilasciare i dati sulle capacità informatiche individuali e sul numero di diplomati e laureati in materie informatiche. L’immagine che ne esce dell’Italia è preoccupante, con la dimostrazione di un’ignoranza tecnologica che, si spera, venga colmata al più presto. In queste ore sono rimbalzati i dati relativi alle conclusioni del centro di statistica, ed il significato che ne trapela è qualcosa a cui i responsabili dell’Agenda Digitale italiana dovranno guardare con estrema attenzione.

Le preoccupazioni principali dell’Eurostat partono dal presupposto della necessità delle competenze digitali per l’evoluzione di carriera di una persona, essendo delle vere e proprie barriere all’accesso di posizioni di medio e alto livello lavorativo. Per questo motivo, a livello di Unione Europea si lavorerà per sollevare l’interesse dei giovani – in particolare degli studenti – affinché possano costruire un bagaglio di know how informatico spendibile sul mercato una volta terminati gli studi.

Per quanto riguarda il caso italiano, si comincia con il numero delle persone in grado di utilizzare quotidianamente un computer. Nella fascia dai 16 ai 74 anni, poco più del 60% dei cittadini è in grado di sfruttare un computer per operazioni base, un dato superiore solamente a Grecia, Bulgaria e Romania, battuto invece da tutti gli altri stati membri. Addirittura peggiore è il risultato se la fascia viene ridotta ai 16-24 anni, dove si pensa alberghino gran parte dei cosiddetti “nativi digitali“: la percentuale sale sì al 90%, ma si perdono posizioni in classifica perché lo Stivale è superato agilmente dalla Grecia.

Non va assolutamente meglio qualora si decida di indagare le competenze italiane su operazioni di semplicissima risoluzione davanti a schermo, tastiera e mouse. Poco più del 50% dei cittadini riesce a spostare correttamente un file da una cartella all’altra, solo il 30% riesce a inserire una formula in un foglio elettronico e poco più del 20% è in grado di realizzare una presentazione multimediale. Si recupera campo in fatto di programmazione, dove il 5% degli individui che ha programmato almeno una volta nella propria vita riesce a battere un nugolo consistente di nazioni posizionandosi a metà classifica, superando ad esempio i ben tecnologici tedeschi. Recupero nettissimo, infine, per chi programma con costanza, anche per ragioni lavorative: con un 15% di esperti, l’Italia si guadagna le prime posizioni stracciando anche i concorrenti storici come Inghilterra, Germania, Francia.

Il quadro finale che ne emerge è abbastanza chiaro: l’Italia può pregiarsi di una preparazione qualitativa elevata per chi decide di seguire un percorso di carriera informatico, ma tale vantaggio competitivo si riflette su una porzione troppo ristretta della popolazione. Per tutti gli altri il computer è un nemico, un oggetto a cui guardare con diffidenza, nonostante la sua fondamentale importanza in termini di evoluzione personale e di curriculum. Tutto ciò ha un nome, tristemente noto al paese e pericoloso handicap con cui la ripresa economica dovrà fare i conti: “digital divide“.

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