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Pentagono: l’hacking è un atto di guerra

Si apre una nuova frontiera della cyber-war: agli attacchi informatici il Pentagono risponderà con armi vere.

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Secondo un rapporto del Wall Street Journal, il Pentagono sta inviando degli avvertimenti alle nazioni che hanno intenzione di coinvolgere gli Stati Uniti in una cyber-war, avvisando che gli attacchi provenienti da altri paesi possono essere considerati un “atto di guerra”, il che darebbe agli USA il diritto di rispondere con forze militari tradizionali.

Piuttosto forte ed esemplificativa in tal senso l’affermazione di un ufficiale americano al WSJ: «Se voi interrompete la nostra rete elettrica, forse noi lanceremo un missile contro le vostre ciminiere». Analogamente alla guida dei trattati internazionali per le guerre tradizionali, il Pentagono sta discutendo con i suoi alleati le strategie informatiche migliori per adattarsi alla nuova minaccia rappresentata dagli hacking, confermando così la stretta attenzione rivolta a questa nuova frontiera della sicurezza nazionale.

Il Pentagono sostiene che i più sofisticati attacchi di hacking provengano da entità governative, proponendo pertanto il concetto di equivalenza, tale per cui ad ogni azione corrisponde una reazione “uguale” e contraria:

Se un attacco informatico causa morte, danni o distruzioni di alto livello proprio come potrebbe fare un attacco militare tradizionale, allora sarebbe il caso di rispondere con l’uso delle armi.

Tuttavia, la proposta presenta una serie di questioni delicate su cui il Pentagono non ha ancora fatto chiarezza, ovvero, quando gli USA hanno effettivamente la certezza della provenienza di un attacco e quali sono i parametri secondo cui un attacco informatico porterebbe all’uso delle armi. Sempre secondo il Wall Street Journal, i progettisti militari reputerebbero il danno comminato come vero e proprio metro di riferimento per una possibile risposta militare.

Fonte: Wall Street Journal • Via: The Next Web • Immagine: Tomas Fano • Notizie su: