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Facebook rischia maxi multa per violazione privacy

Dopo gli scandali legati a Cambridge Analytica, Facebook potrebbe ricevere una multa miliardaria dalla FTC.

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Facebook e la Federal Trade Commission (FTC) sono in trattativa per una multa miliardaria legata allo scandalo Cambridge Analytica, che ha coinvolto i profili di 87 milioni di utenti del social network e quindi legato alle lacune sulla privacy della piattaforma. Potrebbe diventare la più grande ammenda che la FTC abbia mai riscosso su una società tecnologica. Lo riporta il Washington Post, anche se l’ammontare specifico della multa non è ancora stato determinato.

Fino ad oggi la multa più grande comminata dalla FTC è stata quella a Google di 22,5 milioni d dollari nel 2012, dopo che i regolatori hanno determinato che il gigante delle ricerche online aveva tracciato gli utenti del browser Safari di Apple, anche se lo aveva esplicitamente negato.

Nello stesso anno Facebook stipulò un accordo con la FTC, accettando che non avrebbe più ingannato i suoi utenti riguardo le informazioni private sui profili (che private non erano). La FTC ha aperto una indagine investigativa su Facebook lo scorso marzo, proprio dopo lo scandalo Cambridge Analytica e altre violazioni successive, come quella riguardo l’hacker che è stato in grado di accedere ai dati di 29 milioni di account. Se Facebook e FTC non arriveranno a un accordo sulla multa, l’agenzia potrebbe scegliere di portare Facebook in tribunale per la sua negligenza riguardante la privacy degli utenti.

In caso di accordo questo sarà sottoposto al voto di cinque commissari per essere approvato. Anche se come detto l’ammontare della multa non è stato ancora deciso, la FTC potrebbe sanzionare Facebook fino a 47mila dollari per ogni violazione, si parlerebbe quindi di miliardi di dollari. Continuano quindi i grattacapi per Facebook, con attività regolatorie che si faranno sempre più stringenti nei prossimi anni per evitare anche ingerenze straniere nelle elezioni o l’utilizzo della piattaforma per la diffusione di una pericolosa disinformazione.

Fonte: The Washington Post • Immagine: luchezar via iStock