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Aspettate un attimo: no, l’IA non può essere umana

Spesso ci lamentiamo che i software e gli algoritmi sono troppo intelligenti, poco umani e forse questo è il loro principale vantaggio.

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Non c’è giorno in cui manca un dibattito etico, morale e persino legale nel merito dell’intelligenza artificiale. Più la tecnologia avanza, più si cerca di avvicinarsi allo sviluppo di chatbot, robot, IA che minimo le interazioni umane. Google Duplex è l’apice più consumer che ci sia di un simile obiettivo. Giusto? Per niente.

L’intelligenza artificiale non ha bisogno di essere più umana per servire meglio i bisogni dell’uomo. È tempo che le aziende smettano di ossessionarsi su come replicare una conversazione in carne e ossa se l’interlocutore di un utente è fatto di bit e non arterie. Più proficuo sarebbe concentrarsi sui veri punti di forza che questa tecnologia può portare ai consumatori, alle imprese e alla società.

Il desiderio di lottare per una maggiore umanità all’interno della tecnologia è comprensibile. Come specie, abbiamo a lungo provato a rendere simili a noi animali e oggetti inanimati, dalle recite dall’asilo ai film della Disney Pixar. Alterazioni che dovrebbero indurre le persone ad approcciare meglio entità del genere, lontane dal nostro essere, se non prive di spirito

Ho già trattato il tema del possibile pericolo che una Duplex troppo umana possa portare, magari facilitando la diffusione di notizie false e di attività ingannatrici nei confronti degli utenti. Non a caso, il governatore Jerry Brown della California ha approvato una legge che, quando entrerà in vigore, obbligherà le aziende a rivelare se stanno utilizzando l’automazione per comunicare con il pubblico. L’intento è di bloccare i bot non progettati per aiutare ma gli effetti potrebbero essere di vasta portata.

Nella corsa all’innovazione IA, il mercato è stato inondato da chatbot a basso regime, ovvero con funzionalità limitate. Sebbene sia corretto impiegare tale tecnologia per le attività di base, l’umanizzazione può dare false aspettative agli utenti. Se un chatbot si presenta come un umano, non dovrebbe essere in grado di fare le stesse cose di un interlocutore organico? Ed è per questo che i difetti di tali tecnologie vengono subito allo scoperto: approcciando umanamente ciò che umano non è si arriva ad un punto morto, oltre il quale l’IA non può proprio andare. Non adesso almeno.

Perché allora ci ostiniamo a rendere l’intelligenza artificiale più umana quando le sue capacità possono, per molte funzioni, superare quelle degli umani? Risposte lente, informazioni inaccurate e confusionali, violazioni della privacy: questi sono i limiti che si presentano quando l’uomo viene caricato di una mole di lavoro imbarazzante, per raggiungere metriche di performance sempre maggiori.

L’intelligenza artificiale è davvero utile quando deve analizzare informazioni complesse e dar seguito a conversazioni senza interruzioni; molto più efficiente ed efficace, in molti casi, degli agenti umani. Cosa bisogna fare? Elevare queste potenzialità, non estendendole verso altre ma specializzandole e rendendole peculiari. Ciò non vuol dire che queste tecnologie non possano essere personalizzate o creare esperienze diversificate, anzi, è proprio questo il punto: sfruttare un solo programma per servire esigenze differenti. Ma questo non vuol dire personificare l’esperienza in modo che arrivi a confondere ed alienare il pubblico. Insomma, meno Duplex è più Duplex.

E allora…#buongiornounCaffo