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Per Google, una beta tira l’altra

Sono più di venti le applicazioni sviluppate da Google che riportano la dicitura “beta”. Stando a un recente calcolo, gli sviluppatori di Mountain View avrebbero ormai etichettato 22 applicazioni su 49 come “beta”, circa il 45% dell’intera produzione di programmi, servizi e funzioni di Google per il Web. Tra le applicazioni formalmente ancora in fase [...]

Sono più di venti le applicazioni sviluppate da Google che riportano la dicitura “beta”. Stando a un recente calcolo, gli sviluppatori di Mountain View avrebbero ormai etichettato 22 applicazioni su 49 come “beta”, circa il 45% dell’intera produzione di programmi, servizi e funzioni di Google per il Web. Tra le applicazioni formalmente ancora in fase di sperimentazione e implementazione spiccano l’ormai onnipresente e inflazionata Gmail, la suite di applicativi per la produttività Google Docs, il social network Orkut e la famosa (e molto frequentata in questo periodo) sezione Finance del motore di ricerca.

Semplificando molto, il ciclo di vita di un programma o di un servizio online passa per una fase di progettazione, cui ne segue una di sviluppo e infine una di sperimentazione (beta) che spesso coinvolge direttamente gli utenti. Terminati i test sul campo e apportate le ultime modifiche, l’applicativo/servizio conclude la propria fase di beta ed è pronto per essere lanciato sul mercato o distribuito gratuitamente in forma ufficiale (come accade con il browser Firefox, per citare un solo esempio).

Gmail è in fase beta dalla sua nascita nel 2004. Da allora di bit sotto i ponti tecnologici della Rete ne sono passati molti e anche il servizio di posta di Google ha subito numerosi rimaneggiamenti, evidentemente non sufficienti per terminare il beta test. Nemmeno l’avvento delle opzioni a pagamento per Gmail sono state uno stimolo sufficiente per far raggiungere al sistema di email il gradino successivo nella sua evoluzione. Lo stesso dicasi per Google Docs, ormai sulla scena da un paio di anni.

Ma che cosa spinge Google a mantenere tutti questi programmi nel limbo delle beta?

Rispondere a questa domanda non è semplice e l’argomento ha suscitato un interessante dibattito in Rete, specialmente negli Stati Uniti, dove in molti si sono arrovellati il cervello per trovare una risposta. Fortunatamente al gioco ha partecipato anche Google, che attraverso un suo portavoce ha motivato così la scelta di mantenere tanti programmi in beta:

«Abbiamo dei parametri molto alti da raggiungere prima che i nostri programmi possano uscire dalla fase di beta test. I nostri sviluppatori continuano a lavorare per migliorare questi prodotti e fornire agli utenti una migliore esperienza con essi. Crediamo che la parola beta abbia un differente significato quando applicata alle applicazioni per il Web, dove le persone si aspettano continui miglioramenti in ogni prodotto. Sul Web, non hai bisogno di aspettare che la prossima versione raggiunga gli scaffali dei negozi o che sia reso disponibile un aggiornamento. I miglioramenti vengono rilasciati durante lo sviluppo. A differenza del software di una volta fermo e impacchettato, ci stiamo muovendo verso un mondo di aggiornamenti regolari e costanti rifiniture là dove le applicazioni vivono nei sistemi cloud».

Il ragionamento sembra non fare una grinza, ma soprattutto sembra adattarsi alla perfezione anche a Chrome, l’ultimo nato in casa Google, e ai suoi aggiornamenti automatici all’insaputa dell’utente…

Se vuoi aggiornamenti su Per Google, una beta tira l’altra inserisci la tua e-mail nel box qui sotto:

  • http://n.d. Paolo

    … e ai suoi aggiornamenti automatici all?insaputa dell?utente?

    L’ultima battuta mi è proprio piaciuta! Google, infatti, ha un atteggiamento molto spregiudicato, a volte direi scorretto, nei confronti del mercato.

  • Sbalky

    La spiegazione sarebbe sostenibile se tutti i prodotti fossero etichettati come “beta”, a sottolineare la differente “visione” del termine, ma così non è.
    Con un pizzico di cattiveria mi vien da dire che il termine “beta” serve inizialmente ad attirare geek, nerd e quant’altri ad avere subito l’applicazione che gli altri ancora non hanno.
    Nel lungo periodo invece non vedo altra motivazione che una eccessiva protezione al fine di non dover dare alcuna garanzia sul proprio operato.
    Riporto i seguenti passaggi estratti dai “Termini di Servizio di Google” relativi a Gmail:

    4.2 Google cerca costantemente di innovarsi per offrire la miglior esperienza possibile ai propri utenti. Lei riconosce ed accetta che la forma e la natura dei Servizi che Google fornisce può variare di volta in volta senza che lei venga avvertito anticipatamente.

    4.3 In quanto parte di questa continua innovazione, lei riconosce e accetta che Google possa interrompere (permanentemente o temporaneamente) la fornitura dei Servizi (o di qualsiasi parte dei Servizi) a lei od agli utenti in generale ad esclusiva discrezione di Google, senza che lei venga avvertito anticipatamente. Lei può smettere di usare i Servizi in qualsiasi momento. Lei non ha bisogno di informare specificatamente Google quando termina di usare i Servizi.

    Un po’ inquietante pensando alla quantità di “vita” che la gente lascia dentro a Gmail…

  • Enzo R.

    Amici, Google è lo specchio che riflette una inquietante realtà: nella nostra epoca (tecnologica) mille segni indicano che noi tutti viviamo una vita in versione “beta”.

  • http://www.goowaiedit.com Salvino

    sono daccordo con quello che dice Sbalky, ma cerco di essere ottimista ed in oltre peso che la risorsa principale ed unica di google sono gli utenti free, e quando cambierà un giorno questa strategia, perderà lei stesso la vita.

    Salvino
    http://www.goowaiedit.com