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Facebook e l’illusione della privacy

In un recente studio, alcuni ricercatori di Google sottolineano come gli utenti percepiscano livelli di privacy molto più alti rispetto a quelli realmente offerti dai social network. Tale condizione espone a un'anomala esposizione dei dati riservati

Infine, gli aggregatori di contenuti provenienti da più social network dovrebbero contemplare filtri maggiormente evoluti, scongiurando così la possibilità di rivelare involontariamente le diverse identità online di un medesimo contatto. Gli aggregatori dovrebbero inoltre fornire maggiori informazioni sulle possibili conseguenze delle azioni degli utenti, rendendo il loro utilizzo più semplice e maggiormente consapevole.

Lo studio proposto dai ricercatori di Google dimostra chiaramente come si sia verificato un sostanziale scollamento tra il livello di privacy percepito dagli utenti sui social network e il livello reale di riservatezza offerto loro. Secondo la ricerca, per ridurre sensibilmente l’incongruenza rilevata gli sviluppatori dei social network dovrebbero prevedere nuovi meccanismi per avvicinare i livelli di privacy reali a quelli percepiti dagli utenti, rispondendo dunque alle loro esigenze.

Applicando le soluzioni proposte, ovvero filtri maggiormente precisi, sistemi più trasparenti per la gestione dei propri contatti e un maggiore controllo da parte degli utenti, i problemi finora riscontrati legati alla privacy potrebbero essere sensibilmente ridotti. Gli iscritti ai social network non potranno, però, fare affidamento su semplici principi di precauzione e una maggiore attenzione nella gestione delle loro attività online. Lo spunto di miglioramento, e in alcuni casi di rinnovamento, dovrà passare direttamente dalle aree di sviluppo dei social network, chiamati alla difficile sfida di bilanciare le istanze di riservatezza con la voglia di comunicare e condividere degli utenti.

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  • http://www.matriz.it/ Mattia

    Il bue (Google) che dà del cornuto all’asino (social network).

  • Francesco Cipollone

    Basterebbe in realtà applicare un meccanismo tale da avvisare il proprietario della URL di destinazione del link. In questo modo al click sul link, il proprietario della URL destinazione verrebbe avvisato consentendo al link solo di aprire una pagina di “visualizzazione non autorizzata”. A questo punto se il proprietario della URL destinazione decidesse di abilitare in link (potendo accedere anche alla URL di provenienza per vedere chi lo sta puntando), al prossimo click si avrebbe un’apertura di pagina corretta. Quindi una specie di Firewall HTTP. Chiaramente la cosa va studiata approfonditamente ma il principio potrebbe funzionare. La cosa è più complessa di quello che sembra ma in linea di principio forse l’idea può andare.