Così difenderemo la Baia
Intervista agli avvocati Giovanni Battista Gallus e Francesco Paolo Micozzi, coloro i quali difenderanno il cofondatore della Pirate Bay, Peter Sundle, dalle accuse provenienti in Italia dalla Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI)
Come giudica il processo svedese e cosa ne pensa del “conflitto di interesse” che potrebbe vanificare la prima sentenza?
«Non conosco approfonditamente la vicenda giudiziaria svedese, non potendo accedere direttamente agli atti (a causa della lingua). Di certo, si è cercato di irrogare una sanzione “esemplare”, forse diretta, più che a condotte concrete, all’ideologia professata (a partire dal nome del sito). Sul conflitto di interessi, effettivamente è curioso che a emettere il verdetto sia stato un giudice appartenente, a quanto si è letto su vari blog, alla Swedish Association for the Protection of Intellectual Property. Trattandosi di un caso così delicato (e comunque unico) sarebbe stato forse preferibile, per il giudice Norstrom, optare per un’astensione»
La giurisprudenza italiana ha dimostrato in passato di non saper ben “capire” la rete. Ritiene che la cosa possa danneggiare il suo assistito in una vicenda tanto delicata quanto quella della Baia?
L’avv. Gallus fotografa una situazione in divenire: «Accanto a decisioni ineccepibili, abbiamo assistito in Italia a tantissimi procedimenti assolutamente singolari: dai sequestri di mouse, cavetti e tappettini del BBS Crackdown del 1994, siamo passati al “sequestro che non è un sequestro”, in quanto effettuato mediante ordine di inibizione, come è successo per TPB. Avverto però una sempre maggiore consapevolezza dei giudicanti, con riguardo alla “nuove” tecnologie, e sono quindi convinto che le nostre argomentazioni difensive potranno essere ascoltate».
Secondo l’avv. Micozzi il problema è soprattutto a monte: «Probabilmente chi non ha ben capito la rete non è solo chi è chiamato a giudicare in un processo, ma anche chi è chiamato a legiferare. Molto spesso, soprattutto negli ultimi tempi, si è assistito ad un proliferare schizofrenico in materia di rete. Si pensi al DDL Carlucci, D’Alia o, ancora, Barbareschi. Uno degli errori più frequente è quello dar per scontato che le norme vigenti non possano trovare applicazione quando si tratti di internet o di “vita digitale”. Si pensi che nel caso del DDL Carlucci la prima firmataria riteneva che la diffamazione a mezzo internet non fosse punibile e fosse, per ciò, necessario un intervento con un DDL. Cosa ovviamente non corretta posto che il nostro codice penale prevede anche l’ipotesi in cui la diffamazione sia commessa a mezzo internet. Un altro degli errori più gravi in cui incorre il nostro legislatore è quello di non consultare gli esperti del settore giuridico e dell’informatica, al semplice fine – quantomeno – di essere resi edotti sulla “fattibilità” tecnica di ciò che il disegno di legge vuole prevedere. Porteremo avanti le ragioni di The Pirate Bay sino all’ultimo grado di giudizio confidando nell’aspettativa di incontrare magistrati che facciano scelte coraggiose nel rispetto della Legge».
In conclusione: «la situazione in Italia è presto detta: la decisione del Tribunale del riesame è stata impugnata dal Pubblico Ministero, ed è stata fissata l’udienza dinnanzi la Corte di Cassazione (per decidere soltanto sulla legittimità o meno del sequestro) per il 29/9 prossimo. Non possiamo prevedere se e quando si aprirà il dibattimento».
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