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SIAE, l’equo compenso non è una tassa

La SIAE difende il Decreto per l'equo compenso firmato dal Ministro Sandro Bondi spiegando come si tratti di un intervento che non danneggia né le aziende né i consumatori, ma al contempo tutela i diritti di autori, editori, produttori e interpreti

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Le polemiche che hanno immediatamente circondato il Decreto firmato da Sandro Bondi, pensato per la ridefinizione dell’equo compenso come forma di risarcimento per gli attori danneggiati dalla pirateria, trovano contraltare nei commenti provenienti dalla SIAE. La Società Italiana degli Autori ed Editori, infatti, è la grande beneficiaria del provvedimento ed ora difende la bontà del testo spiegando le ragioni che ne hanno sorretta la stesura.

La SIAE allontana anzitutto la prima delle accuse: l’equo compenso non è una tassa. Spiega il comunicato pubblicato sul sito ufficiale: «No, non è una tassa, perché si tratta di diritti d’autore. I diritti d’autore sono “lo stipendio” di chi crea un’opera (musica, film, romanzi, testi teatrali). Col digitale le opere artistiche conoscono nuove forme di diffusione, con rilevanti utili da parte delle industrie tecnologiche. Il principio del diritto d’autore si fonda, nel mondo, sul fatto di applicarlo a tutte le nuove forme di sfruttamento delle opere. È successo così per il fonografo, la radio, la televisione ecc. È quindi giusto che gli autori e l’industria dei contenuti traggano ricavi dalle nuove forme di sfruttamento delle loro opere. Viceversa scandalizzarsi e considerare i diritti d’autore una tassa, sarebbe come considerare lo stipendio dei lavoratori una tassa, che danneggia i consumatori».

Nel respingere le accuse, la SIAE ricorda come l’ammontare dei proventi generati dal Decreto non sarà trattenuto dalla SIAE, ma verrà redistribuito ad autori, artisti, interpreti, editori e produttori. Non solo: la SIAE ricorda come l’Italia non sia l’unico paese a prevedere un onere simile, ma che la compagnia sia già ampia (Francia, Spagna, Germania ed altre).

Respinte inoltre due altre contestazioni. Innanzitutto l’equo compenso non sarebbe un freno alle nuove tecnologie: «È uno degli auspicati adeguamenti anche al mondo digitale di regole di garanzia a tutela del lavoro. In questo caso del lavoro creativo e dell’industria dei contenuti. Per di più l’industria tecnologica si è sviluppata in gran parte proprio grazie alla diffusione dei contenuti. Cosa sarebbe un iPod senza canzoni? La straordinaria disponibilità di contenuti in rete, genera valore per migliaia di operatori della connettività; perché creatori, editori, produttori dovrebbero esserne esclusi?». Inoltre non sarebbe uno svantaggio gravante nemmeno sul consumatore: «Al contrario permette la fruizione per l’uso personale delle opere a costi estremamente più bassi rispetto a quelli dell’originale. Nella quantificazione delle tariffe, in Italia come nel resto d’Europa, si è tenuto conto del fatto che i devices digitali possono essere utilizzati anche per scopi diversi. Viceversa senza questi compensi, che ristorano solo in parte autori e industria per i mancati acquisti degli originali, non sarebbe possibile alcuna registrazione da parte di privati».

Se non è un danno per le aziende e non è un danno per i consumatori, chi pagherà il significativo ammontare dell’onere previsto come equo compenso per i danni eventualmente comminati dalla pirateria informatica?